Una lezione di giornalismo

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Come
direbbe Celentano “la situazione della stampa italiana non è
buona”, e lo constatiamo tutti i giorni come un buco nero che
finisce con l’assorbire la luce stessa della democrazia. Ma la
crisi del giornalismo italiano ha radici ben più antiche di
Berlusconi e cause ben più tecniche.

Una
lezione di Roberto Cotroneo può offrirci spunti di riflessione
inusuali che possono apparire detonatori di una maggior
consapevolezza e capacità critica dei fenomeni in atto, anche per
chi, come me, non corre il rischio di essere” infinocchiato”
dalle parole di Silvio.

Se
il 3 di ottobre la FNSI, i sindacati, i partiti d’opposizione,
uomini e donne italiani, scenderanno in piazza del Popolo a Roma
indotti a manifestare in difesa del diritto del sistema informativo
ad essere, prima di ogni altra cosa, indipendente, è per una ragione
ben precisa. L’informazione in Italia, dalle televisioni ai
giornali, dai programmi d’approfondimento ai telegiornali, non è
libera.
E’
successo che in questo Paese sono entrate nell’alveo della
normalità dei nuovi paradigmi che altrove sarebbero considerati
capitoli d’appendice di un romanzo orwelliano. E’ successo che in
Italia, nel corso di anni di berlusconismo, ci si è abituati poco a
poco, fino a ritenerli equilibri “normali”, agli attacchi
virulenti del potere politico sugli organi di informazione, nonché
(ancor più grave) al fatto che sia possibile, da parte dello stesso
potere politico, controllare, gestire, manipolare intere fette
fondamentali di tali organismi.
Lo
capirebbe anche un bambino che in un paese democratico dove a votare
sono i cittadini, la condizione sine qua non è possibile un giudizio
obiettivo sui personaggi da loro potenzialmente scelti o scartati al
momento del voto, è quello di venire informati in maniera esatta su
quello che tali personaggi fanno nel nostro Paese. Questa è la prima
e fondamentale condizione, necessaria anche se non sufficiente, senza
la quale si avrebbe soltanto un popolo confuso, impotente, creatore e
creazione di una democrazia malata.

Dalle
minacce e accuse quotidiane che da mesi ormai, a frequenza altissima,
Silvio Berlusconi infligge a destra e a manca, protervo poiché
schermato dalla sua macchina da guerra capitanata dal sergente
Feltri, l’astuto consulente Ghedini, nonché i vari amplificatori
dei messaggi assillanti del premier (quali Gasparri, Bocchino,
Quagliariello, Cicchitto, per intenderci), si è oramai passati ai
fatti. Non che prima non facesse niente di concreto (l’editto
bulgaro, legge Gasparri, ecc) ma, giusto per dare l’idea di quello
che sta avvenendo, siamo passati dal premier che gridava alla
sinistra padrona dei palinsesti Rai, al singolarissimo fenomeno che
ha visto protagonista il patron delle reti Mediaset in grado con due
o tre telefonate di stravolgere la programmazione del servizio
pubblico (che dovrebbe essere 1-indipendente, 2-concorrente di
mediaset), allo scopo di avere un posto di primo piano, in prima
serata, nel programma blindato di Bruno Vespa, salvaguardandolo da
pericolose alternative di scelta per gli italiani (rivelatosi
comunque un boomerang, tanto da venir battuto per audience da, ironia
della sorte, una fiction su Canale 5).
Una
forzatura di questo tipo credo riveli sostanzialmente due cose. Il
nostro presidente del Consiglio controlla in quantità importante
l’azienda RAI. Il nostro presidente del Consiglio è in grande
difficoltà, altrimenti non si spiegherebbe l’aggressiva campagna
denigratoria impostata dal direttore del Giornale Feltri contro
chiunque critichi il premier (Boffo, direttore de L’Avvenire, Ezio
Mauro di Repubblica, Fini) la forzatura evidente che ha investito
Ballarò, Matrix (rinviati per lasciare spazio al monologo su RAI 1),
le querele a Repubblica, Unità, giornali stranieri sullo scandalo
Noemi.
Tuttavia
ritengo inutile ribadire quanto è delicato il momento che stiamo
vivendo, in tanti in questi giorni lo stanno sottolineando, la
manifestazione di ottobre ha ragion d’esistere proprio alla luce
degli eventi recenti, perciò se mi dilungassi ulteriormente su
questi temi rischierei solo di creare una brutta copia di quanto già
è stato detto e scritto da giornalisti veri e autorevoli. Per questo
ho ritenuto più utile alla causa stessa del “giornalismo libero”
mettere nero su bianco una riflessione sull’informazione in Italia
che prenda forma da presupposti diversi da quelli che solitamente
siamo abituati a considerare. A ciò mi è stato fondamentale l’aiuto
indiretto di chi nell’informazione italiana naviga e sopravvive
quotidianamente, mantenendo l’onesta intellettuale e la sincerità
che dovrebbero essere componente tipica del mestiere del giornalista.

Tra
il 9 e il 13 settembre, alla summer school del Partito Democratico,
ho avuto la fortuna di partecipare ad una lezione di Roberto
Cotroneo, Direttore della scuola di giornalismo della Luiss, nonché
opinionista ed editorialista de l’Unità, di cui cura una rubrica
online: “Undicietrenta”.
Ora,
in un momento come questo, descritto brevemente da me in questo
articolo, mi sarei aspettato una lezione di giornalismo sulla falsa
riga di quanto si legge e scrive recentemente. Niente di tutto
questo, anzi, Cotroneo è andato letteralmente controcorrente,
considerando la sua lezione tanto “utile” da spingermi a fare una
sintesi scritta su quanto ha affermato.

Tanto
per cominciare il giornalista considera Berlusconi non tanto la causa
del degrado dell’informazione italiana, quanto piuttosto l’effetto
di una deriva che ha radici lontane, ribaltando il presupposto di
fondo di tanti di noi che, compreso me, avevamo sull’argomento.
L’anomalia
italiana deriva non tanto e non solo dal fatto che l’informazione
prevalente è nelle mani di Berlusconi, quanto piuttosto da un suo
mal funzionamento poiché assoggettata ad equilibri che ne
impediscono di fatto l’indipendenza.
In
Italia, a differenza degli Stati Uniti, mancano regole ben precise,
un codice di comportamento inderogabile da parte dei giornalisti,
sistemi che salvaguardino il sistema informativo da rischi di
possibili conflitti d’interesse da parte dei vari professionisti
che lavorano in una redazione di un giornale o telegiornale. Ad
esempio in USA sarebbe inconcepibile, come avviene in Italia, che il
recensore di un libro andasse a cena con l’autore del libro stesso,
onde evitare che l’obiettività del giudizio venga intaccata (da
noi succede addirittura che il recensore spesso non lo legga nemmeno
quel libro!). Oppure è inconcepibile che il direttore di un giornale
scelga i propri giornalisti su criteri del tutto personali e non
legati alla professionalità. Un tempo poteva essere considerata una
cosa normale, quando le redazioni erano composte da poche decine di
giornalisti, ma ora è un criterio del tutto aleatorio considerato
che è ormai impossibile per un direttore di giornale conoscere tutti
i suoi dipendenti!

Un
altro problema che pone Cotroneo è che l’Italia adesso è del
tutto priva di una classe dirigente giornalistica di tutto rispetto,
e questo perché le neonate scuole di giornalismo in Italia non
vengono considerate minimamente dal mondo che dovrebbe ospitare i
nuovi professionisti del mestiere. Perché, ebbene sì, il
giornalismo è un mestiere, non un hobby. Il giornalismo serio segue
regole ben precise (dalle 5 “W” alla netta separazione tra
notizia e commento, ecc), regole il più delle volte dimenticate per
incompetenza, o peggio scavalcate per cinici interessi di parte. Così
arriviamo al risultato di leggere articoli confusionari, che danno
per scontato la consequenzialità degli eventi e la chiarezza nella
descrizione di personaggi, luoghi, azioni. E’ come se si desse per
scontato che il lettore sia già a piena conoscenza dei fatti e
leggesse quell’articolo per semplice volontà di aggiornarsi, e non
di capire. Si è persa la consapevolezza da parte del giornalista
medio della prima ragion d’esistere di un articolo o un servizio
televisivo: informare il cittadino sui fatti. Ora, critica Cotroneo,
si pone molta più attenzione sul come si scrive, piuttosto che sul
cosa si scrive, come se il giornalista fosse un romanziere,
arricchendo così una notizia, riportata spesso per metà, di
preamboli, metafore, punti di vista, allusioni, aventi come unica
conseguenza quella di confondere il lettore e fuorviare la sua
attenzione da l’unica cosa che conta davvero: la notizia.
Ovviamente ci sono tanti tipi di articolo, gli editoriali come la
cronaca spicciola e tanti altri, e non seguono tutti necessariamente
le stesse regole di elaborazione, ma il problema è che a prescindere
da queste diversità, l’obiettivo comunque dev’essere lo stesso:
informare il lettore in maniera esatta e obiettiva. Un esempio. In un
articolo si parla del dibattito tra governo e sindacati sulla riforma
del contratto collettivo dei metalmeccanici. Si riporta così il nome
dei vari protagonisti, da Sacconi, Epifani, Bonanni, Angeletti. E’
curioso notare come spesso negli articoli si riportino le
dichiarazioni di questi personaggi, le scelte, le polemiche, senza
specificare chi essi siano in realtà. Se un lettore non sa che
Epifani è segretario generale CGIL e Sacconi ministro del Lavoro e
nell’articolo il giornalista non lo riporta, non è necessario
essere laureati in scienze della comunicazione per capire che
confusione e servizio disinformativo si offre ad un italiano che ha
come unica “colpa” quella di voler capire ciò che succede nel
proprio Paese. E (ahimè) difetti di questo tipo sono riscontrabili
anche in giornali da me amati come Unità o Repubblica. Un’altra
critica posta da questo giornalista è legata alla nuova concezione
del fenomeno “intervista”. Non è possibile, ritiene Cotroneo,
che le domande delle interviste siano il più delle volte inventate
al momento dal giornalista, dando vita a domande o inutili o
“facili”. Non è possibile che un giornalista decida insieme con
l’intervistato le domande da porre o, altra faccia della medaglia,
nel momento dell’elaborazione delle risposte fare un “copia e
incolla” che stravolge i significati delle dichiarazioni
dell’intervistato, astraendole dal contesto, e questo è un caso di
malainformazione che non è di sinistra o di destra, è di cattivo
giornalismo e basta.

Un’altra
anomalia italiana è figlia della mancanza dei famosi “tabloid”,
presenti in tutti i paesi democratici e seri. Non che i tabloid siano
la miglior forma di informazione possibile, anzi, ma semplicemente
essi hanno la funzione di contenitore di tutte quelle notizie
catalogate con il nome di gossip. La mancanza di questi giornali
quotidiani, nati per raccogliere e scovare un certo genere di
informazioni, comporta che a ovviare a questa mancanza ci pensano poi
i quotidiani “normali”, togliendo tempo, spazio e risalto ai
problemi veri del Paese, come ad esempio, secondo il giornalista, ha
fatto Repubblica. Si può essere d’accordo o meno su quanto afferma
questo giornalista, ma tra la seconda metà anni ’80 e la prima
anni ‘90 i veri amplificatori e in un qualche modo artefici del
successo delle televisioni di Berlusconi sono stati proprio i
giornali (dando risalto eccessivo e quotidiano sul nuovo e
illuminante fenomeno mediaste, creando di fatto la moda delle reti
private). E questo la dice lunga sulle responsabilità altissime che
ricopre il cosa e il come vengono riportate le notizie. Il fenomeno
Berlusconi, dalle conseguenze nefaste di cui godiamo tutti i giorni,
è frutto dell’informazione stessa, dell’informazione che ama il
gossip e scansa la notizia vera, dell’informazione che detta
l’agenda di ciò che è giusto o sbagliato, vincente o perdente,
plasmando la mentalità di un popolo inebriato da tutto ciò che è
ricchezza e opportunità.

Ignoriamo
spesso anche un altro fattore che aiuta non poco a delineare il
quadro desolante in cui ci troviamo: la figura dell’editore. Per
Cotroneo la “libertà di stampa viene bloccata dagli editori”, e
le ragioni di questo sono di natura prettamente tecniche.
Innanzitutto gli editori italiani non sono editori puri, nel senso
che i proprietari dei maggiori quotidiani italiani non sono figli del
giornalismo, ma spesso di aziende o altre potenze interessate (ad
esempio la Fiat per La Stampa). Il nuovo contratto di lavoro
giornalistico è un’altra pecca del nostro sistema: secondo a quanto
prevede il contratto standard, è possibile da parte del direttore
del giornale mandare un giornalista, con pochissimo tempo di
preavviso, a girovagare di qua e di là per il territorio italiano e
internazionale come una trottola, un’arma non da poco per chi è
interessato nell’allontanare giornalisti considerati “scomodi”
per gli interessi politici degli editori. Per non parlare dei nuovi
contratti per gli apprendisti, della durata spesso di due o tre mesi,
troppo breve poichè non permette nemmeno di iniziare un’inchiesta
giornalistica come si deve, per la quale può esserci la necessità
di lavorare anche un anno. Se i giornalisti non vengono messi nelle
condizioni di lavorare bene, rendendoli anzi facilmente manipolabili,
come può costituirsi anche solo un embrione di qualificata
informazione libera e, se necessario, scomoda? Se gli editori non
sono neanche lontanamente interessati nel mettere a disposizione
borse di studio o tirocini rispettabili per gli alunni delle scuole
di giornalismo, come può in un futuro formarsi una nuova classe di
giornalisti preparata?

Il
relativismo sulla verità delle cose ha purtroppo preso il
sopravvento nel nostro Paese. Non è tutto riconducibile solo ad un
“punto di vista” ad un “opinione”, piuttosto la verità è
possibile sia ricercarla che riportarla. E questo è il compito dei
giornalisti. Una notizia non riportata ha la stessa valenza di una
notizia falsa, per il semplice motivo che falsa la verità. Nella
società in cui viviamo oggi, la stragrande maggioranza delle
informazioni che possediamo ci arriva tramite i canali
d’informazione, canali che se vengono manipolati o bloccati o
limitati, rischiano di manipolare, bloccare, limitare la verità
stessa. Il risultato di questo tipo di derive è un popolo che non sa
più a chi credere e, per necessità, finisce con non credere più a
nessuno. Non a caso il nostro è il Paese dove si legge di meno in
tutta Europa, perché Paese che ha perso fiducia nell’informazione,
nella magistratura, nella politica.

Con
un po’ di autocritica devo ammettere che spesso anche “noi” di
centro-sinistra cadiamo in quella che Cotroneo definisce “estetica
dell’opposizione”. Concetto che potrebbe essere esplicato in un
uso eccessivo dei “luoghi comuni” che ci porta spesso ad
“adagiarsi sugli allori”. Mi spiego meglio. La suddivisione netta
e precisa che anche inconsciamente si delinea nella dicotomia netta
tra buoni e cattivi, giusto e sbagliato, bianco e nero, berlusconiani
e anti-berlusconiani,… è un errore in cui, anche io per primo,
cadiamo. Spesso consideriamo Silvio Berlusconi l’artefice di ogni
male che sta dilaniando questo Paese, e questo ci porta nella
convinzione di essere dalla parte del giusto. Anche questa è una
forma di deresponsabilizzazione del popolo di centro-sinistra. Quando
si ritiene di essere dalla parte del giusto, o meglio, c’è la
convinzione che la parte sbagliata è situata nella sua totalità
nella sponda opposta, si è un po’ più pigri nella ricerca della
verità, nella ricerca stessa della propria identità, e ciò perché
“si sa” di essere comunque dalla parte migliore, se no n’altro
la meno peggio, ma anche in questo caso manca quella obiettività e
consapevolezza necessari per capire e risolvere i problemi.

Un
Paese dove è complicato informarsi, è un paese che non sta bene. La
questione democratica in Italia non nasce solo con lo strapotere di
Berlusconi, con la sua capacità d’impossessarsi dei principali
mezzi di comunicazione, di dettare con protervia ed efficacia le
parole d’ordine in un paese scombussolato e confuso dalla politica
del “dire di fare”. Il seme del dubbio e dell’inganno
reciproco, che Berlusconi riconduce un giorno nella magistratura,
nell’opposizione, nei giornali, nel direttore della Banca d’Italia,
nella stampa estera, ecc ha trovato un terreno fertile su cui
germogliare.
Secondo
me questa è stata la lezione più bella e importante regalataci da
Cotroneo: aprire gli occhi, non lasciarsi influenzare dalle facili
verità, anche quando sono vicine a noi, perché non tutto è come è
sembra, non tutto è così semplice. La lezione di Cotroneo non è
stata solo una sua lezione di giornalismo, è stata una lezione di
“mentalità” giornalistica.