F-35: dalla parte della Ragione

È sempre la stessa storia: ci fanno entrare in progetti fallimentari (Tav, Tap, guerra in Afghanistan, guerra in Iraq…), poi ci dicono che si sono sbagliati ma è tardi per uscirne perché i costi sarebbero esagerati.

È accaduto così anche per gli F-35: i costi del famigerato cacciabombardiere made in Usa con cui l’Ami (l’Aeronautica militare italiana) vuole rinnovare la sua flotta d’attacco sono già raddoppiati, il ritardo operativo è di cinque anni, le ricadute occupazionali si sono rivelate poca cosa rispetto alle previsioni, ridotte per ora a poche centinaia di addetti. Ma proprio per questo, la Corte dei conti sostiene che non si può che proseguire nell’acquisizione dei 91 apparecchi previsti, alla bella cifra di oltre 130 milioni di dollari l’uno (rispetto ai 69 fissati inizialmente), perché si è già speso troppo.

Questo programma meriterebbe di essere rottamato perché all’Italia servirebbe più una flotta di Canadair contro gli incendi che una pattuglia di caccia.

Ma si sa, la logica non fa parte del mondo della politica, sicché non ci rimane che accontentarci della Ragione: dopo dieci anni ci hanno confermato che era meglio non iniziare il progetto, sono certo che fra dieci anni ci confermeranno che potevamo tranquillamente fermarlo!

All’analisi della Corte dei Conti manca difatti il coraggio necessario per definire gli F-35 «un progetto dannoso per il paese e per le casse dello Stato».

Qui l’approfondimento di Roberto Ciccarelli nell’articolo apparso sul quotidiano “Il Manifesto” del 8 agosto.

Il costo dei 90 F 35 è raddoppiato (passato da 69 a 130 milioni di dollari ad aereo), l’occupazione prodotta non è quella auspicata (non sarebbero più di 3 mila posti di lavoro), ma per la corte dei conti è «necessario portare a termine la costruzione dei caccia-bombardieri americani», altrimenti ci sarebbero conseguenze negative sugli occupati diretti e indiretti nello stabilimento di Cameri, in provincia di Novara, di Foggia e di Nola e nell’indotto.

È L’ESITO della relazione speciale approvata dalla sezione affari comunitari e internazionali della Corte dei conti sulla gestione del programma «Joint Strike Fighter – F 35». Un programma in ritardo di almeno cinque anni a causa dei problemi tecnici e politici che hanno portato a un raddoppio dei costi. Per la magistratura contabile questi dati non bastano a interrompere il programma. Pur non soggetta a penali contrattuali, l’interruzione potrebbe determinare conseguenze negative sugli occupati diretti e indiretti nello stabilimento di Cameri, in provincia di Novara, di Foggia e di Nola.

PER LA CORTE DEI CONTI i «risparmi» ottenuti dal dimezzamento della flotta iniziale (5,4 miliardi di dollari) hanno provocato perdite contrattuali pari a 3,1 miliardi, a cui bisogna aggiungere la perdita di eventuali ritorni industriali. In ogni caso, mantenendo gli impegni, i magistrati stimano un ritorno economico di 14 miliardi a cui si aggiungerebbe l’effetto moltiplicatore dell’indotto. Questo giro di affari dovrebbe portare a un’occupazione che oscilla tra i 3.500 e i 6.400 posti di lavoro. Nella relazione si sostiene che è più probabile la prima cifra, e non la seconda. Una valutazione che ridimensiona fortemente le aspettative e la campagna pro-F 35.

QUESTA STORIA è costellata da polemiche contro armi da guerra considerate costose, inutili e incompatibili con il modello costituzionale di difesa, estranei al progetto europeo. In un clima da spending review, e tagli ai fondi per il welfare, una parte dell’opposizione (Movimento Cinque Stelle e Sinistra Italiana) e varie minoranze interne al Pd hanno denunciato l’insostenibilità di una spesa di 18,3 miliardi per la costruzione di caccia-bombardieri. Una parte decisiva in questa battaglia l’hanno giocata petizioni che hanno raccolto centinaia di migliaia di firme e una campagna pacifista e costituzionale come «Taglia le ali alle armi» promossa da Rete italiana per il Disarmo, Tavola della pace e Sbilanciamoci! con 650 associazioni e oltre sessanta enti locali. Dieci anni dopo l’inizio di questa avvenuta, nel 2012 il Pentagono ha ridotto la commessa dagli iniziali 131 velivoli a 90. Nell’estate del 2013, il parlamento ha vincolato il governo a bloccare gli acquisti. L’anno successivo, nel settembre 2014, la Camera approvò quattro mozioni che autorizzavano la prosecuzione dell’investimento, ma chiedevano al governo di riesaminare l’intero programma al fine di chiarire gli aspetti critici e soprattutto i costi. Il budget complessivo fu in seguito ridotto poco sotto i 10 miliardi di euro. Questa riduzione, causata dal taglio delle commesse, e dal rallentamento degli acquisti fino al 2021, ha portato a un risparmio temporaneo di 1,2 miliardi di euro. Fondi che dovrebbero essere recuperati in seguito. La decisione, sottolinea la Corte dei Conti, è stata presa per evitare «effetti traumatici» sull’economia.

AD OGGI sono stati investiti 4,1 miliardi di euro: 3,5 investiti fino al 2016 a cui si aggiungono 600 milioni previsti nel 2017. Dal 2001 il costo medio per velivolo è passato da 69 milioni di dollari a 130,6 milioni, un dato in calo rispetto a una valutazione del 2012, quando ogni aereo costava 137 milioni. Alla lunga la crescita di questi costi potrebbe comunque incidere sul budget già stanziato, e successivamente ridotto. Si parla di cifre che potrebbero raggiungere anche i 194 milioni di dollari ad aereo. Prospettive che non piacciono nemmeno al presidente americano Trump. A dicembre scorso, poco dopo l’elezione alla Casa Bianca, il tycoon «sparò» un tweet in cui prometteva di ridurre i costi del programma raddoppiati a 400 miliardi dal 2001 per 2400 aerei. Chi, di sicuro, ci guadagnerà è l’azienda costruttrice: la Lockheed Martin che negli ultimi tempi ha visto triplicare il proprio valore a Wall Street, meno Leonardo – l’azienda italiana che ha sottoscritto contratti per 2 miliardi.