La mafia e lo Stato

Dopo le stragi col tritolo che massacrarono i giudici Giovanni Falcone, Paolo Borsellino e gli agenti della scorta, e quelle del’ 93 con gli attentati a Milano, Firenze e Roma organizzati dalla cupola mafiosa che sconvolsero il Paese, per i giudici di Palermo lo Stato fu messo sott’attacco da pezzi deviati delle istituzioni.

Ad attentare alla tenuta democratica furono i vertici del Ros dei carabinieri, proprio quelli che davano la caccia ai boss, in accordo con i capi di Cosa Nostra e con la complicità di Marcello Dell’Utri (co-fondatore di Forza Italia, capo di Publitalia), che avrebbe fatto da intermediario a Silvio Berlusconi.

Per i giudici popolari della Corte d’assise questo pezzo dello Stato, per fermare la stagione stragista, ha trattato con i capimafia sul «papello» (quell’elenco di richieste) tra cui l’ammorbidimento del 41bis, che Cosa nostra avrebbe avanzato con l’impegno di fermare, in cambio, le bombe che stavano seminando morte tra innocenti all’inizio degli anni Novanta.

A questa conclusione sono arrivati i giudici del processo sulla cosiddetta trattativa Stato-mafia, arrivata dopo 5 anni e sei mesi di processo e cinque giorni di camera di consiglio nell’aula bunker del carcere Pagliarelli (Palermo).

A gestire la trattativa, secondo la giuria presieduta da Alfredo Montalto, sono stati gli ex generali del Ros Mario Mori e Antonio Subranni, condannati a 12 anni, l’ex senatore Marcello Dell’Utri, anche lui condannato a 12 anni, l’ex colonnello dei carabinieri Giuseppe De Donno (8 anni di carcere), e il boss Leoluca Bagarella, 28 anni. A questi imputati il reato contestato è attentato al corpo dello Stato.

A Massimo Ciancimino, il supertestimone del processo, sono stati inflitti 8 anni per calunnia nei confronti dell’ex capo della polizia Gianni De Gennaro, assolto dall’accusa di concorso esterno in associazione mafiosa; reato prescritto invece per il pentito Giovanni Brusca.

Assolto l’ex ministro Nicola Mancino, al quale era stata contestata la falsa testimonianza.

L’accusa al processo è stata sostenuta dai pm Nino Di Matteo, Francesco Del Bene, Roberto Tartaglia e Vittorio Teresi.

Di Matteo commenta: “Ora abbiamo la certezza che la trattativa ci fu. Questa sentenza riconosce che parte dello Stato negli anni delle stragi trattava con la mafia e portava alle istituzioni le richieste di Cosa Nostra”.

Sempre Di Matteo: “Questa sentenza dice che Dell’Utri ha fatto da cinghia di trasmissione tra le richieste di Cosa nostra e l’allora governo Berlusconi che si era da poco insediato e che il rapporto non si ferma al Berlusconi imprenditore ma arriva al Berlusconi politico”.

 

Fonte: Il Manifesto