Essere severi con la politica

Nel 1982 Giorgio Bocca scrisse il libro “Storia della Repubblica italiana”.

Dal libro traggo questa riflessione: “L’Italia laica, stupita, umiliata dovrà ascoltare per anni le banalità di Fanfani, le elucubrazioni di Moro, le malinconie di Antonio Segni, le divagazioni avventuristiche di Giovanni Gronchi, i fastosi deliri populistici di Giorgio La Pira. Nel contempo però questa classe politica di estrazione casuale, che ha vinto, nel ’44 e nel ’45, il terno al lotto di iscriversi a un partito che la Chiesa, la paura del comunismo, la situazione internazionale hanno gonfiato di voti, diventa con il passare degli anni una classe di politici professionali che conoscono tutti i meccanismi del potere. Donde quella mescolanza di mediocrità intellettuale e di capacità manovriera, di mediocre cultura e di scaltrezza che definiscono questa classe politica. Gente di scarse o nulle letture, che abita in case di cattivo gusto, che non ha la minima dimestichezza con letterati, artisti, che conosce poco o niente del mondo industriale; ma imbattibile a manovrare nei corridoi di un congresso, a organizzare la clientela, a tener buono il clero protettore”.

Certo, sono parole severe. In un’altra pagina del libro Bocca definisce Moro il più intelligente tra i democristiani; e ha ragione.

Ma con la politica bisogna sempre essere severi. Era giusto esserlo negli anni ’80, ed è giusto esserlo oggi che il livello intellettuale dei capi partito, o dei capi movimento, è ulteriormente scaduto.

 

 

Fonte: Il Corriere della Sera del 29/04/2018