Decreto dignità

Ritengo che il decreto “dignità” ponga giustamente l’attenzione alla modifica della disciplina dei contratti a tempo determinato la cui situazione è drammatica e insostenibile e il cui prezzo viene pagato in modo prevalente dalle generazioni più giovani.
Non sono però sicuro che disincentivare il contratto a termine dia come risposta automatica l’aumento delle assunzioni a tempo indeterminato. Temo che la realtà sia diversa…

Oggi in Italia abbiamo 15 milioni di lavoratori a tempo indeterminato, 5 milioni di lavoratori autonomi e 3 milioni (circa) di contratti a termine.
Il numero dei lavoratori a tempo indeterminato è cresciuto molto dal 2014, circa di 500mila unità, e ciò è  dovuto ai grossi incentivi dei governi precedenti. Lo scorso anno questi incentivi sono finiti. È vero che nell’ultimo anno non ci sono stati licenziamenti e quindi rimane il saldo positivo di 500mila assunzioni a tempo indeterminato, ma è anche vero che nel 2017 queste ultime sono state pari solo all’1%, chiaro segno che se mancano incentivi non ci sono assunzioni a tempo indeterminato.

Riassunto: i governi precedenti hanno sicuramente dato una “mossa” ma non sono stati decisivi, perché per esserlo non bisogna disincentivare il contratto a termine quanto incentivare quello a tempo indeterminato.
Ad esempio credo che Renzi abbia sbagliato a concedere i famosi “80 euro”. Sarebbe stato più utile, con quei soldi, tagliare drasticamente il cuneo fiscale e continuare a incentivare le assunzioni a tempo indeterminato.

Considero interessante il decreto “dignità” per l’aumento dell’indennizzo in caso di licenziamenti illegittimi, per l’intervento sulle delocalizzazioni e anche per la volontà di limitare il gioco d’azzardo.

In generale, non mancano i dubbi e le critiche, ma può rivelarsi una proposta interessante, magari discutendola e migliorandola in Parlamento.