L’Europa finge di essere unita. Vincono i paesi di «Visegrad»

«Controllo veramente effettivo alle frontiere esterne»; «impedire che si riproducano i flussi incontrollati come nel 2015»; «controllare di più l’immigrazione illegale»; «tutte le navi che operano nel Mediterraneo» devono «rispettare le leggi applicabili e non ostruire le operazioni della guardia costiera libica»; «evitare che si aprano nuove strade marittime o terrestri» di immigrazione; «assicurare ritorni rapidi» verso i paesi d’origine: i termini sono duri e senza ambiguità.

 

L’EUROPA SI CHIUDE. Non prende impegni su una migliore accoglienza dei rifugiati. Ma salva l’«approccio globale» al problema e promette che le «azioni esterne» («accresciute») e quelle «interne» avverranno «conformemente ai nostri principi e valori». Il Consiglio europeo, fagocitato dalla questione dei migranti messa sul tavolo dall’Italia a cui si sono aggregati tutti i governi dove è presente l’estrema destra, si è concluso con un compromesso che è un patchwork delle posizioni nazionali, dove ognuno può trovare degli elementi di «vittoria».

 

Gli europeisti, che giocavano in difesa, salvano i «principi»: Macron, Merkel e Sanchez riescono nell’esercizio bizantino di difendere i valori europei, senza però accollarsi il fardello che l’Italia avrebbe voluto scaricare. Poi, i capi di stato e di governo della Ue, che propongono soltanto soluzioni su «base volontaria» (piegandosi al diktat del gruppo di Visegrad), si affidano al vecchio adagio: l’intendance suivra, i mezzi si adatteranno costi quel che costi alle decisioni politiche. Sperando che la febbre cali, visto che la «crisi» non è momentanea ma è stata gonfiata ad hoc dai populisti, Italia in testa: il comunicato finale ricorda che i flussi sono calati del 95% dal momento più difficile, nell’ottobre del 2015.

 

CI SONO VOLUTE NOVE ORE di discussioni, fino alle 4 e mezza del mattino di venerdì, per completare questo capolavoro di diplomazia. La riforma dei regolamenti di Dublino III è rimandata, ci sarà un rapporto il prossimo ottobre.  Angela Merkel, che era arrivata a Bruxelles indebolita, torna a casa con una vittoria: la Spagna e la Grecia (Tsipras ha teso la mano, senza rancore) accettano accordi bilaterali con la Germania, per riprendersi i migranti dei «movimenti secondari».

 

I commenti sono tutti pro domo. Per Giuseppe Conte, «l’Italia non è più sola» (anche se, aggiunge «poteva andare meglio»). Angela Merkel ammette che c’è «ancora molto da fare per riavvicinare i diversi punti di vista», ma vede «un buon segnale». Per Emmanuel Macron, che fa l’equilibrista tra «principi» (aperti) e «azione» (chiusa) «molti hanno predetto il trionfo di soluzioni nazionali, ma è la cooperazione europea che ha vinto».

 

PER IL PRESIDENTE del Consiglio Ue, Donald Tusk, il testo di conclusioni ha evitato di dare «un numero crescente di argomenti ai movimenti populisti e antieuropei». Al prezzo di aver ceduto loro nella sostanza? Lo pensa il primo ministro polacco, Mateusz Morawiecki: «l’Europa ha adottato le posizioni del gruppo di Visegrad».

 

L’Austria, che dal 1° luglio prende la presidenza semestrale del Consiglio Ue, va avanti: «saremo in grado di far diminuire il numero di persone che arrivano in Europa solo quando faremo in modo che le persone soccorse in mare non siano portate sul territorio della Ue«, ha precisato il primo ministro Sebastien Kurz, soddisfatto che ci sia un’intesa che «permetta di distruggere il modello economico dei passeurs».

 

Il documento finale stabilisce che nella Ue dovranno essere creati dei «centri di controllo», per fare una cernita «il più in fretta possibile», tra «rifugiati» e «migranti economici», da espellere su due piedi. Ma saranno aperti «su base volontaria». Dove? Logicamente nei paesi di primo sbarco, Spagna, Grecia e Italia, che non ne vuole sapere.

 

LA FRANCIA NON È UN PAESE di primo arrivo, ha sottolineato Macron, quindi non avrà «centri», ma dovrebbe fare la sua parte per la spartizione dei rifugiati tra i paesi «volonterosi». I paesi di Visegrad al massimo pagheranno un pochino per evitare di dover accogliere. L’Italia incassa un rifiuto della richiesta di redistribuzione obbligatoria.

 

La Ue prenderà «tutte le misure legislative e amministrative» per evitare i «movimenti secondari», come chiesto in particolare dalla Germania ma anche dalla Francia, in vista della riforma di Dublino, che resta nel vago, ma che sarà fatta, assicurano i 28, «sulla base dell’equilibrio tra responsabilità e solidarietà».

 

L’OBIETTIVO DELLA UE è la creazione di «piattaforme di sbarco» al di fuori dei confini, in Africa in particolare (l’ipotesi di aprirle nei Balcani, Kosovo e Albania, come proposto da Danimarca e Austria sembra tramontata).

 

Anche l’Alto Commissariato ai Rifugiati dell’Onu ormai cede alle «piattaforme di sbarco» per cercare di evitare il naufragio generalizzato del diritto d’asilo nel mondo. L’Alto Commissariato e l’Oim (organizzazione internazionale delle migrazioni) la vigilia del Consiglio avevano inviato una lettera a Mrs. Pesc Federica Mogherini, ai presidenti Jean-Claude Juncker (Commissione) e Donald Tusk (Consiglio) per invitare i paesi del Mediterraneo a «riunirsi», per una «responsabilità condivisa» sulle migrazioni (già mille morti quest’anno).

 

MA TUNISIA E MAROCCO hanno già rifiutato di accogliere delle «piattaforme»; dalla Libia il generale Haftar tuona «nessuna presenza straniera con la scusa dei migranti». Macron ammette: «non è la panacea» e indica «una cooperazione con la Libia», che suscita «un’inquietudine insormontabile» all’Oim.

 

PER COMPLETARE, c’è una messa in riga delle ong, la sola vera vittoria italiana, assieme a un timido Fondo Africa aumentato di 500 milioni (c’è anche il via libera alla seconda tranche da versare alla Turchia in base all’accordo del 2016). La Cimade, organizzazione storica di aiuto ai rifugiati, commenta: la Ue ha scelto una politica di esternalizzazione dell’asilo e di controllo delle frontiere.