Le mafie al Nord

Le organizzazioni criminali hanno una straordinaria capacità di cambiare, ecco perché per contrastare le mafie c’è bisogno di molta attenzione e di un continuo aggiornamento.
Credo che non ci sia abbastanza consapevolezza, tra le istituzioni e tra i cittadini, che le mafie sono presenti anche (soprattutto?) nelle regioni del Centro-Nord Italia.

Che le mafie siano presenti non solo al Sud lo attestano i dati delle inchieste, i risultati delle sentenze e anche le ricerche dell’Università degli Studi di Milano, coordinate da Nando Dalla Chiesa, che dimostrano come la presenza della criminalità organizzata nel Centro e nel Nord Italia sia variegata e multiforme.

A Brescello (Emilia Romagna), ad esempio, si è scoperto che oltre alle infiltrazioni mafiose nell’economia c’era anche un insediamento territoriale della ‘ndrangheta. Lo stesso è avvenuto a Sedriano (Lombardia) e in altri piccoli comuni, fino a poco tempo fa insospettabili. Le presenze locali in cui è organizzata la ‘ndrangheta, quindi, ci sono e non rappresentano solo dei distaccamenti ma operano sui territori e decidono, mentre rimandano alla casa-madre in Calabria la risoluzione di ogni controversia.

Molti procuratori che si occupano di antimafia stanno cominciando a domandarsi se l’attività principale della ‘ndrangheta sia ancora il traffico di droga o se, invece, l’organizzazione non ne stia delegando ad altri la gestione per poter dedicarsi a colonizzare l’economia legale.
La ‘ndrangheta entra in molti modi nelle imprese e sceglie quelle in cui c’è la possibilità di distribuire appalti e subappalti e, attraverso questi, di dare lavoro e alimentare di conseguenza un canale di consenso.

Le mafie sono state battute quando, insieme ad ottimi investigatori e alla migliore legislazione messa in campo, c’è stato un forte impegno e una forte attenzione da parte dell’opinione pubblica.
Per questo è importante spiegare che le mafie sono presenti e pericolose anche se non sparano, perché le centinaia di miliardi che vengono immessi nell’economia legale rappresentano un drammatico problema per la democrazia del Paese.

In questi giorni sono emerse due vicende nella vicina Emilia Romagna.
Due operazioni contro i patrimoni sporchi di camorra e ‘ndrangheta sono state portate a termine da Guardia di Finanza e Dia su indicazione dell’antimafia di Bologna e Napoli.

Il primo provvedimento arriva dalla Campania e riguarda una confisca di beni, per un valore complessivo di 300 milioni di euro, nei confronti di Antonio Passarelli, imprenditore vicino ai clan napoletani dei Mallardo, Lauro, Puca, Aversano, Verde e Perfetto. In Emilia Romagna i finanzieri di Bologna sono entrati in azione per mettere i sigilli a un patrimonio di circa 40 milioni di euro, composto da 77 unità immobiliari (appartamenti, negozi e garage) nel comune di Russi (Ravenna) e a una società immobiliare (la Mea immobiliare) con sede a Bologna.
Secondo le indagini l’organizzazione era specializzata in “diversi settori illeciti, come le truffe alle assicurazioni, l’esercizio abusivo del credito, gli investimenti immobiliari e l’intestazione fittizia di beni, effettuando in questo modo un’attività di reimpiego sistematico di enormi somme di denaro di provenienza illecita”. Soldi e affari sporchi, che riusciva a gestire grazie “all’appoggio di insospettabili colletti bianchi”. In altri termini “funzionari di banca e commercialisti infedeli, il cui apporto – secondo gli inquirenti – si è rivelato cruciale per la vita e l’espansione del gruppo criminale”.

La seconda vicenda riguarda un’operazione della Direzione Investigativa Antimafia di Firenze che ha portato via beni per oltre un milione di euro ad un secondo imprenditore, Gaetano Blasco, ritenuto esponente della ‘ndrangheta di Reggio Emilia e attualmente detenuto.
Blasco è considerato elemento di spicco dei clan che fanno riferimento a Nicolino Grande Aracri e ha accumulato condanne per 38 anni di reclusione.

Fondamentali sono state le dichiarazioni di alcuni collaboratori di giustizia.

 

 

Fonte: Marco Mirabelli (Commissione Bicamerale Antimafia) e Giuseppe Baldessarro (La Repubblica)