Perché non rimanga un sogno di mezza estate

Potranno tagliare tutti i fiori, ma non fermeranno mai la primavera”, ha scritto una volta Pablo Neruda. È una frase bellissima che con l’emergenza climatica è diventata una verità letterale. La primavera quest’anno si è presentata sotto forma di devastanti alluvioni in Mozambico e negli Stati Uniti centrali, di tempeste di neve pericolosamente tardive, di caldo record nell’Artico. Non abbiamo fermato la primavera, ma l’abbiamo distorta. Il futuro della Terra dipenderà dalla nostra capacità di rispondere alla crisi climatica e di limitarne le conseguenze trasformando la produzione e il consumo d’energia, l’agricoltura e la gestione delle foreste, le nostre priorità e percezioni.

Anche quest’anno il nostro Pianeta ha già esaurito le risorse che dovrebbero invece bastargli per l’intero 2019. Il giorno in questione è chiamato Overshoot Day, e di regola dovrebbe cadere il 31 dicembre di ogni anno per dare alla Terra il tempo di rigenerare le proprie risorse. Quest’anno la data fatidica arriverà invece lunedì 29 luglio, battendo il record già negativo del 2018 quando la data coincise con il 1 agosto: non era mai caduta così presto.
Per gli scienziati l’Overshoot Day rappresenta il giorno dell’anno in cui la nostra domanda di acqua, cibo, fibre, legno e assorbimento di anidride carbonica supera l’ammontare di risorse biologiche che gli ecosistemi della terra sono in grado di rinnovare in dodici mesi, la cosiddetta ‘biocapacità globale’. Una data che arriva sempre prima: 30 anni fa cadeva in ottobre, 20 anni fa verso la fine di settembre. E adesso non arriviamo ad agosto.
Secondo i calcoli dei ricercatori, è come se l’umanità utilizzasse le risorse di quasi due pianeti, 1,75 per l’esattezza. Non va meglio considerando la sola Italia: secondo le stime del Global Footprint Network, per soddisfare i consumi degli italiani servirebbero risorse pari a 4,7 volte quelle che l’Italia genera ogni anno.
In questa triste classifica i peggiori sono gli statunitensi. Se tutti vivessimo come gli abitanti degli Usa, avremmo bisogno di ben 5 pianeti: negli Stati Uniti infatti ogni cittadino spreca 95 Kg di cibo l’anno e le emissioni dei gas a effetto serra, derivanti dai combustibili fossili, dalla produzione di elettricità e dai trasporti, sono tra le più alte del mondo.

Un incontro a San Costanzo

La dott.ssa Elisa Palazzi, ricercatrice dell’Istituto di Scienze dell’Atmosfera e del Clima (ISAC) del CNR e docente di Fisica del Clima all’Università di Torino, in un recente incontro che ha tenuto a San Costanzo ci ha fatto comprendere che in un mondo che si scioglie i 42,6 gradi registrati venerdì a Parigi sono solo la punta dell’iceberg. Da soli non basterebbero a confermare il cambiamento climatico, si commetterebbe lo stesso errore del presidente degli Stati Uniti Trump quando nega il riscaldamento globale osservando che a maggio ci sono state ondate di freddo.
Però l’ondata di caldo di queste ore segue di poche settimane quella di fine giugno. E se si guarda oltre i confini nazionali ed europei si scorge il fumo che si alza da Groenlandia, Siberia e Alaska, paesi dei ghiacci che ora per la prima volta si ritrovano a fare i conti con gli incendi.

Elisa Palazzi ci ha fatto comprendere dunque che non sono gli oltre 42 gradi di Parigi a dirci che le cose vanno male, ma è la sequenza di eventi estremi sempre più frequenti e intensi. È quello che per anni i climatologi hanno provato a spiegare, persino a Trump. Come scrive su Le Scienze Antonello Pasini, fisico del clima presso il Consiglio Nazionale delle Ricerche, “il singolo fenomeno meteorologico non è attribuibile al cambiamento del clima ma bisogna misurare frequenza e intensità di questi fenomeni nel lungo periodo (almeno 30 anni). “E tuttavia – continua Pasini – oggi i modelli climatici ci danno la possibilità di rispondere in termini di probabilità alla domanda: le ondate di calore cui assistiamo hanno qualcosa a che vedere col riscaldamento globale?”.
Proprio usando questi modelli, Elisa Palazzi ci ha spiegato che l’ondata di calore che ha investito Francia e Italia alla fine dello scorso giugno sarebbe stata meno probabile in condizioni pre-riscaldamento globale.

Gli scienziati hanno anche capito qual è il meccanismo alla base delle ondate di calore. Chi non ricorda l’Anticiclone delle Azzorre? D’estate si collocava sull’Italia garantendo cielo sereno e protezione sia dalle perturbazioni euro-atlantiche sia dal caldo torrido africano. Poi qualcosa è cambiato: l’innalzamento della temperatura media del Pianeta ha amplificato la circolazione equatoriale (cella di Hadley) spingendo così sul Mediterraneo gli anticicloni torridi che prima stazionavano sul Sahara. Non solo: la circolazione si sviluppa sempre più nella direzione sud-nord, facilitando lo scontro di masse d’aria con caratteristiche molto diverse tra loro e dando luogo, così, a eventi di precipitazione intensa,  piogge torrenziali, grandine che ferisce come proiettili.

A completare il quadro ci sono le situazioni di cosiddetto blocco meteorologico, in cui le stesse condizioni del tempo (onde di calore o piogge intense) restano stazionarie su uno stesso territorio. Il clima è un sistema complesso, che non può essere affrontato a colpi di tweet, come pure certi politici fanno: richiede soluzioni complesse, siano quelle di un drastico cambio negli stili di vita, come propone Greta, o piuttosto un club di nazioni virtuose che si facciano carico di tagliare le emissioni di CO2, come auspica il Nobel 2018 per l’economia William Nordhaus.

Elisa Palazzi si è soffermata anche sui “cavalli di battaglia” dei negazionisti, che costituiscono la minoranza del 3% della comunità scientifica che non riconosce l’attività antropica come causa dei cambiamenti climatici.
La ricercatrice del CNR ci ha fatto comprendere, grazie all’aiuto di grafici e alla sua grande capacità oratoria, che non c’è mai stato un periodo della storia, da 2.000 anni a questa parte, in cui il clima è cambiato così velocemente e in maniera così comprensiva su scala globale.
Proprio su questo aspetto sono stati pubblicati su Nature da un team internazionale di ricercatori, dati incontrovertibili che dimostrano che ci sono stati altri periodi con grandi fluttuazioni di temperatura nel corso degli ultimi due millenni, ma in nessun caso il fenomeno aveva interessato tutto il Pianeta come sta accadendo ora.

Che fare?
L’attivismo mette sempre in moto una trasformazione, anche quando la situazione sembra immobile. E il merito è spesso delle persone considerate impotenti.
Io mi sento impotente di fronte ai cambiamenti climatici ma penso che unendo le forze si può veramente cambiare il mondo.
Hans Rosling nel libro “Factfulness” scrive: “Se vogliamo che il pianeta abbia pace, stabilità finanziaria e risorse naturali protette, c’è una cosa di cui non possiamo fare a meno: la collaborazione internazionale, basata su una visione del mondo condivisa e oggettiva. L’attuale mancanza di conoscenze sulla realtà è dunque il problema più preoccupante di tutti”.
Sono convinto che incontri come quello con la dott.ssa Elisa Palazzi aiutino a non sentirsi soli. A pensare a questo problema in maniera comunitaria.

Spesso si tende a ignorare che la battaglia più importante si combatte nell’immaginario collettivo, e si vince anche con i libri, le idee, le canzoni, i discorsi, e perfino con parole nuove o nuovi sistemi di riferimento per mali antichi. Dopo la rivoluzione americana John Adams, il secondo presidente degli Stati Uniti, dichiarò che la guerra era stata combattuta “nelle menti e nei cuori delle persone” prima ancora che le ostilità cominciassero.
Dobbiamo cercare di unire le forze perché insieme dobbiamo provare a rispondere a queste domande:

  • Cosa rende intollerabile una cosa tollerata a lungo?
  • Cosa porta le persone che non sono colpite direttamente da un problema a interessarsene?
  • Cosa spinge i politici a riconoscere che non fare nulla è più pericoloso che fare qualcosa?

Credo che il tema dei cambiamenti climatici si debba affrontare anche da un punto di vista filosofico. Ritengo che abbia ragione Greta quando ci invita a rivedere i nostri stili di vita. Penso allora che il tema della sostenibilità si debba collegare a una riflessione umanistica sul “potere”, il “possedere” e il “progresso”.
Umberto Galimberti in un articolo scrive: “Questa cultura del limite, che deriva dal grande limite rappresentato dall’irreversibilità della morte, mi piacerebbe fosse recuperata dalla nostra cultura che non conosce limite al desiderio, alla volontà di potenza sottesa alle nostre azioni, allo sviluppo tecnologico che ha scatenato il Prometeo che i Greci avevano opportunamente incatenato, per cui oggi la nostra capacità di fare è enormemente superiore alla nostra capacità di prevedere gli effetti del nostro fare. E così ci muoviamo a mosca cieca, e chiamiamo questo pericoloso brancolare: progresso“.

È bene che chi governa prenda atto di questi problemi. Ma sta anche a ciascuno di noi lavorare sul nostro consumo personale e favorire incontri tra scienziati / cittadini / politici nei quali discuterne.
Perché non rimanga un sogno di mezza estate.

 

Fonte: Elisa Palazzi (CNR), Luca Fraioli (La Repubblica), Hans Rosling, Rebecca Solnit (The Guardian, Internazionale), Umberto Galimberti (Donna), Matteo Marini (La Repubblica).