Drammatico infantilismo

La politica è costretta a cercare soluzioni per temi che un sovranismo cialtrone e dilettantesco ha creduto di trattare con metodi autoritari e campagne di manipolazione, riducendo l’enorme problema sociale economico e culturale dell’immigrazione a questione criminale. Ed è significativo che il tema degli sbarchi si riproponga in questi giorni in cui il ministro dell’Interno è costretto a riconoscere che, nel bilancio del suo dicastero, la voce “rimpatri”, costì tanto enfatizzata, registra una flessione.

Le responsabilità di Matteo Salvini sono sotto gli occhi di tutti, meno conosciuta la responsabilità dei Cinquestelle. La formula infame che ha bollato le Ong come “taxi del mare” è un’idea, si fa per dire, non di Salvini, ma di Luigi Di Maio e della sua futile irresponsabilità.

La questione dell’immigrazione e quella degli sbarchi e dell’accoglienza, dovranno essere tra le future priorità. E non per un sentimento umanitario: non solo per questo, bensì perché, i temi dei flussi migratori e delle frontiere, della denatalità e dell’invecchiamento della società, dell’inclusione delle seconde e terze generazioni di stranieri e dell’assistenza di chi (italiano o no) ne abbia bisogno, costituiscono un solo, grande problema che investe il nostro sistema di welfare e il nostro modello di sviluppo.

Ai volontari di Sea Watch, Medici Senza Frontiere, Sea Eye e Open Arms è stata negata qualunque interlocuzione politica, perfino nella forma più elementare, quella che si concede anche al più sparuto dei sindacati di base. A chi aveva appena salvato decine di vite umane non è mai giunta una telefonata che attivasse un rapporto, una proposta di dialogo, un’ipotesi di mediazione. Ed è proprio questa incapacità politica che rivela il drammatico infantilismo di questi pomposamente autoproclamatisi soggetti del “cambiamento”.

Sulla vicenda della nave Open Arms vi segnalo l’intervista sul quotidiano “Il Manifesto” all’ammiraglio Gregorio De Falco, uomo di mare e senatore fuoriuscito dal Movimento.
De Falco analizza i passaggi della catena di comando sugli sbarchi e ci trova numerose incongruenze. «Il decreto sicurezza bis ha formalizzato una circostanza che ha dell’inconsueto nell’ordinamento italiano – spiega De Falco – Bisogna premettere che stiamo parlando di una materia delicata: l’interdizione della navigazione alle navi straniere nelle acque italiane. Eppure il decreto stabilisce che il presidente del consiglio venga informato dopo che il ministero degli interni coi colleghi della difesa e delle infrastrutture e trasporti abbiano assunto una decisione».

Cosa c’è che non va in questo meccanismo?
Ci troviamo in contrasto con l’articolo 95 della Costituzione: come fa il presidente del consiglio a coordinare la politica del governo, come prevede la carta fondamentale, se in una situazione del genere viene soltanto informato in un secondo momento?

Come colloca la questione dei migranti della Open Arms in questo contesto?
Anche in questo caso, questi personaggi mostrano di volere sopperire a carenze culturali e politiche. Il ministro Salvini è consapevole di non aver mai avuto la potestà di vietare gli sbarchi, come pure ha più volte fatto. E quindi immagina che sia compito del presidente del consiglio. Eppure, questa responsabilità sta nella linea gerarchica del ministro Toninelli, individuata da articoli 80 e 65 del codice della navigazione in capo al comandante del porto. L’articolo 19 della convenzione di Montego Bay, che pure viene richiamato dal decreto sicurezza bis e dai provvedimenti in attuazione di questo, si riferisce al carico e allo scarico di cose o persone in violazione delle normative dello stato costiero da parte di nave straniera.

Ma l’efficacia del divieto di Salvini, Trenta e Toninelli che vietava lo sbarco. era stata sospesa dal Tar dal Lazio.
Per questo motivo, da quel momento riprendeva vigore il normale assetto di responsabilità. Quindi, chi può autorizzare lo sbarco è solo il comandante del porto, mentre il ministero dell’interno deve predisporre tutto per assicurare l’ordine pubblico e l’accoglienza a terra. Perché nel momento in cui la nave è di fronte al porto di Lampedusa non c’è più margine tecnico per decidere dove deve sbarcare, a questa inerzia è corrisposto il provvedimento del Tar.

In questa fase si inserisce un altro organo. Risulta che il comando generale delle Capitanerie di porto avesse negato l’autorizzazione allo sbarco…
Proprio così. Un paio di giorni fa, quando la nave entrava in acque territoriali, veniva emanato un divieto di sbarco. Per la precisione: l’Mrcc, centro di coordinamento per i salvataggi marittimi, anziché agevolare l’organizzazione dei soccorsi ha posto il divieto di sbarco, sostanzialmente sostituendosi al giudice. Mi sono chiesto a che titolo, sulla base di quale fonte normativa, con quale motivazione e da chi fosse ordinato.

Non può essere stato il ministro competente, vale a dire Danilo Toninelli?
Quest’ultimo nel frattempo si era rifiutato di firmare un nuovo ordine, pare fosse stato già firmato da Salvini, che reiterava il divieto già sospeso. Ma qualcosa nella linea gerarchica di Toninelli sfugge, c’è qualcuno più realista del re. O che si sente re. Forse perché Toninelli non sa regnare.

Che relazione c’è tra questa confusione di responsabilità e una crisi di governo che è nata fuori dal parlamento e non si capisce come andrà a finire?
Siamo di fonte ad un ordine che deriva da un soggetto non competente. Mi pare che si facciano degli annunci come è accaduto per la crisi. Non esiste la crisi di governo e non esiste il divieto di sbarco. Le persone soffrono sul nulla. Ci stiamo arrovellando sul nulla. Da una parte bisognerebbe far sbarcare questa povera gente, dall’altra mettersi a lavorare invece di fare annunci.