‘ndrangheta

La ‘ndrangheta ha una sua direzione strategica in grado di mettere in atto un piano eversivo dell’ordine democratico e colonizzare le istituzioni. E di quel livello invisibile, l’ex deputato del Psdi Paolo Romeo è elemento di vertice, per questo dovrà scontare 25 anni di carcere. Così hanno deciso i giudici del Tribunale di Reggio Calabria che hanno condannato anche lo storico braccio destro di Romeo, l’avvocato Antonio Marra (17 anni), l’ex sottosegretario regionale Alberto Sarra (13 anni), l’attuale parroco di San Luca, don Piano Strangio (9 anni e 4 mesi), l’uomo ombra dei clan in Regione Calabria, Franco Chirico (16 anni), l’ex antenna del Sismi, Giovanni Zumbo (3 anni e 6 mesi), il dirigente comunale Marcello Cammera (2 anni, ma assolto dall’aggravante mafiosa) insieme ad altri sei più o meno noti esponenti dei clan.

Dopo questa sentenza di certo esiste un prima e un dopo nella storia del contrasto giudiziario alle mafie.

Perché c’è un Tribunale che ha confermato l’esistenza di una “cupola” della ‘ndrangheta, un livello invisibile, apicale e riservato, che per quasi due decenni a Reggio Calabria ha svuotato le istituzioni, reso inutili le elezioni, cancellato la democrazia, militarizzato la politica. Obiettivo – ha ricostruito l’inchiesta del procuratore aggiunto Giuseppe Lombardo e dei pm Sara Amerio, Stefano Musolino e Walter Ignazzitto – trasformare la pubblica amministrazione in una macchina di riciclaggio, necessaria per rimettere in circolo i capitali di mafia e ridistribuire le briciole fra quei soldati dei clan che a stento intuiscono l’esistenza di una “cupola”, ma ne sono governati. Un piano ambizioso, strutturato nel tempo e concepito per durare dagli avvocati Giorgio De Stefano (già condannato con rito abbreviato) e Paolo Romano, “divinità criminale a due teste” che per decenni ha piegato ai voleri dei clan la politica, l’economia, la società, persino l’associazionismo.

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Le Marche sono una provincia della ‘ndrangheta. In questo momento la prima mafia nel mondo si sta comprando queta regione, come ha fatto con la Lombardia, il Veneto e il Piemonte”. Così si è espresso Piernicola Silvis dirigente del commissariato di Senigallia, capo di gabinetto della Questura di Ancona e vicequestore vicario a Macerata e dove tuttora risiede.

Le Marche sono un territorio dove si può camminare tranquillamente per strada, faccio il paragone con altre città dove come poliziotto dovevo girare con la pistola: a Foggia per la mafia, a Vicenza per il rischio di essere coinvolto in qualche rapina per la concentrazione di gioiellerie e oro. Ma questa regione è una provincia della ‘ndrangheta, che cerca di colonizzare i territori come se fosse un’azienda che ha l’amministrazione centrale a Reggio Calabria e in giro per mondo i propri delegati che fondano, appunto, le provincie. Provincie per esempio come Toronto, Canberra e tutta la Germania. La ‘ndrangheta fino al ’92 faceva sequestri di persona; dopo la legge che bloccò il pagamento dei riscatti mentre Cosa nostra faceva guerra allo Stato, mandò un broker in Sudamerica per comprare cocaina dai colombiani. Da allora è iniziata un’espansione che l’ha portata a diventare la prima organizzazione mafiosa del mondo, l’unica temuta dai messicani che sono killer terribili. Adesso il controllo del territorio con le estorsioni lo tiene in Calabria. Nei territori ricchi la ‘ndrangheta compra ristoranti, discoteche, pizzerie, bar, alberghi e con i soldi della cocaina entra nell’economia legale”.

Non a caso, ricorrenti nel territorio sono i sequestri delle procure calabresi di immobili riconducibili a personaggi legati alla ‘ndrangheta e tuttora aperta è la ferita dell’omicidio del Natale 2018, quando a Pesaro fu ucciso da due sicari Marcello Bruzzese, fratello del pentito di ‘‘ndrangheta Girolamo.

 

Fonti: Alessia Candito “La Repubblica”; Lorenzo Furlani “Corriere Adriatico”