giovedì 30 Aprile 2026
Informazione

La forza del giornalismo

Quando il gigante tiene in pugno il colibrì, si diceva, la sola cosa da fare è non irritarlo per fare in modo che non stringa. Rispettare le sue regole, quindi trattarlo da pari a pari: legittimarlo. Non è poco. In passato il dibattito su chi fosse degno di trattativa con un governo democratico ha impegnato intere generazioni, bruciato governi, generato fratture mai rimarginate e cambiato la storia grande del Paese, oltreché i destini dei protagonisti.

Non è poco legittimare, qui è un passo importante ai fini del risultato: riportare Cecilia Sala a casa il prima possibile. Non irritare il gigante, trattare con lui significa in primo luogo capire cosa vuole in cambio: cioè perché ha infilato la mano in una camera d’albergo e ha portato via una giornalista che sarebbe ripartita per l’Italia l’indomani, una reporter regolarmente autorizzata dalle autorità iraniane a svolgere il suo lavoro, una frequentatrice assidua di quel Paese, esperta e consapevole. Ad arrestarla senza nessuna motivazione finora nota, in modo totalmente arbitrario. In cambio di cosa o, dicevamo ieri, di chi.

Qualcosa si è fatto nelle ultime ore più chiaro. L’arresto di Cecilia Sala è posteriore di tre giorni a quello di un cittadino iraniano residente in Svizzera, lo sapevamo, un ingegnere trentottenne fermato il 16 dicembre a Malpensa su richiesta delle autorità americane che lo accusano di fare commercio di componenti utili alla costruzione di droni utilizzati a scopo terroristico. Dire terrorismo dipende sempre da che punto stai guardando. L’uomo, Mohammad Abedini Najafabadi, si proclama innocente e così il suo avvocato, Alfredo De Francesco: non conosciamo le ragioni dell’arresto, ha detto.

La relazione fra i due episodi è arbitraria, un’ipotesi. È tuttavia interessante notare la simmetria del caso, provare a leggerla — senza entrare nel merito delle lampanti differenze — dal punto di vista del gigante, che è questo: così voi, tanto noi.

È uno dei rischi che si corre a mettersi sullo stesso piano di chi non osserva le regole democratiche: si sposta in suo favore il baricentro del dialogo. Inoltre, e non è poco, c’è la questione del ruolo degli Stati Uniti, se è vero che le autorità italiane hanno agito su richiesta del governo americano. La procura italiana ha aperto ieri un’inchiesta sulle modalità di quell’arresto. Quando il ministro Antonio Tajani dice che «il caso è complicato» potrebbe riferirsi anche a questo.

Ma il vero punto è un altro. L’arresto di Cecilia Sala ci parla del ruolo del giornalismo libero e ci convoca tutti, proprio tutti, a una riflessione sulla relazione fra chi detiene il potere (politico, economico) e chi sceglie di raccontare la realtà. Andare sul posto, documentarla, riportarla in forma di storie. Sala è una grande raccontatrice di storie, tra le migliori della sua generazione (non ha ancora trent’anni): è scrupolosa, seria, studiosa, pratica il dubbio. Le storie delle persone, non i numeri, sono l’unico modo per riportare a noi qualsiasi guerra perché le storie si somigliano tutte, ci somigliano.

Non è un caso se abbiamo il privilegio di ascoltare le vite degli altri, di frequentare le penombre, da quando sono anche e moltissimo le donne a raccontare le guerre. Non solo numeri, non solo armamenti e vittorie o sconfitte sul fronte ma la vita che corre dentro e nonostante la guerra, la vita ancora. Siamo tutti figli e nipoti di chi, mentre i soldati morivano, ha mandato avanti famiglie, aziende, ha cresciuto figli, ha amato, ha dissentito, ha percorso compromessi e resistito nella vita dei giorni.

Il giornalismo si può fare in tanti modi. Si può fare da casa con gli screenshot, si può essere sempre sulla cresta della polemica del giorno e alimentarla con personale profitto. Oppure si può mettersi a rischio e partire. Non vale solo per il giornalismo di guerra. È vero per chi racconta l’economia, la politica dei palazzi, la verità degli ultimi. Rischiare in proprio e non avere paura delle ritorsioni perché il potere questo fa: ti intimidisce, ti minaccia, ti arresta o ti getta sul lastrico, ti impedisce di continuare a dire. Ci prova sempre. Quindi, per i commentatori di queste ore. Punto primo.

I giornalisti non sono una categoria omogenea, nessuna categoria lo è — i medici? Gli idraulici? I mancini? Provare a distinguere chiama in causa la capacità di discernere, grande problema di questo tempo impoverito di sapere. Forse l’unico vantaggio dell’essere in quel terribile disumano carcere — se una battuta è concessa, spero di poterla fare dopodomani di persona con lei — è che Cecilia Sala non deve leggere i commenti dei giudici da tastiera. Quanta ignoranza, quanta umana miseria. Che sollievo non sapere. Punto secondo.

Possiamo tutti fare un esperimento su di noi, oggi, approfittare del tremendo frangente per osservare come funziona il meccanismo della sopraffazione: cosa fa il potere quando ti vuol mettere a tacere. Tutti i poteri, democratici e non. Qui e altrove. Ti fa paura. Ti minaccia (di morte, di miseria, di lasciarti senza lavoro, te e la tua famiglia). Fare giornalismo — quello — è anche questo. Correre il rischio.

È facile distinguere chi fa quello che gli conviene da chi fa quello in cui crede, anche a costo di perdere. E a questo proposito: gli inviati e le inviate oggi, soprattutto se giovani, rischiano sempre in proprio. Non c’è mai, all’inizio, un editore che garantisca per loro costi, tutele. Magari arriva dopo, se arriva il successo. Ma prima: lavorano in ferie, a loro spese e a loro rischio. Anche su questo, in un Paese che a parole dice di pensare alle generazioni nuove, una riflessione.

Stiamo scommettendo sui nostri figli, stiamo dando loro la possibilità di diventare e mostrare quello che sono? Perché Cecilia Sala non è una, sono molte, in potenza sono molti. Stiamo insegnando loro a essere liberi o condiscendenti? A ribellarsi o a piegarsi al sistema che abbiamo disegnato per loro? Ma ora. Riportiamola a casa. Costi quel che costi, perché — vedete — solo quello che costa vale.