giovedì 30 Aprile 2026
Politica italiana

La democrazia malata

L’Osservatorio sulle opinioni dei cittadini in merito allo Stato e alle istituzioni, realizzato dal LaPolis-Università di Urbino Carlo Bo, con Demos e Avviso pubblico, è giunto alla 27sima edizione. E fornisce, dunque, uno sguardo di lunga durata. Permette, infatti, di valutare come sia cambiato il “sentimento civico” degli italiani, nel corso di una stagione lunga e difficile. Segnata da eventi importanti e, talora, pesanti che hanno attraversato la società e il sistema pubblico, dunque, le istituzioni. Dall’interno e dall’esterno.

Cioè, su base internazionale. Perché è indubbio che il quadro “globale”, nel corso degli anni e, in particolare, negli ultimi anni, abbia subìto trasformazioni profonde. Dettate da “avvenimenti” importanti e, talora, gravi, “avvenuti” non lontano, ma anche “lontano” da noi. D’altra parte, siamo in tempi di “globalizzazione”, che, come ha spiegato, in modo efficace, il sociologo Anthony Giddens, è segnata da eventi condizionano la nostra vita e i nostri sentimenti “dovunque avvengano”.

In modo “immediato”. Per ragioni diverse. Fra le altre, perché osserviamo il mondo “in diretta”.

Così, dopo la fine della “stagione del Covid”, che negli anni recenti ha reso difficile la nostra esistenza, stiamo affrontando con preoccupazione la “stagione delle guerre”, che coinvolgono e sconvolgono il mondo.

Talora non lontano da noi. Come l’invasione russa in Ucraina. Che continua a generare conflitti. Ma dobbiamo considerare con attenzione — e preoccupazione — anche le guerre che infiammano il Medio Oriente. In particolare, Israele e la Palestina. È una stagione di cui non si percepisce la durata. Non si riesce a immaginare la fine. Perché i conflitti tendono a riprodursi e ad accentuarsi. Gli effetti di questi avvenimenti

sul clima d’opinione appaiono evidenti nella percezione degli italiani nei confronti delle istituzioni e dello Stato. Che fanno osservare un calo di fiducia generalizzato. Talora rilevante. In quanto si delinea, intorno a noi, uno scenario e un mondo più ostile. Comunque, più “estraneo”. Rischioso.

Il Covid, d’altra parte, aveva certamente alimentato l’insicurezza dei cittadini. Ma, per la stessa ragione, aveva rafforzato la fiducia nello Stato e nelle istituzioni. Perché rispondevano — e rispondono ancora — a una domanda di protezione, di tutela. Al tempo stesso, “l’emergenza virale” aveva legittimato la figura e il ruolo delle autorità.

In ambito nazionale e amministrativo. Contribuendo a delineare — e rafforzare una “democrazia del Capo”. “Personalizzata”, come i partiti.

Ma l’insicurezza “globale” ha effetti diversi, rispetto a quella “interna”, che abbiamo conosciuto negli anni del Covid. Perché non può essere “controllata” dalle autorità e dalle istituzioni “nazionali”. Anche se vengono, naturalmente, “coinvolte” dalle attese dei cittadini. Così, non per caso, cali di fiducia “significativi” riguardano le figure e le istituzioni “più significative”. Le “autorità più autorevoli”, riconosciute come tali in tutte le precedenti indagini. In primo luogo, il Presidente della Repubblica Sergio Mattarella e Papa Francesco, Jorge Mario Bergoglio. Entrambi vedono, infatti, scendere il loro consenso (peraltro ancora molto elevato) di 6 punti percentuali.

Ma cali significativi di fiducia coinvolgono anche i “governi locali”. In particolare, le Regioni.

D’altra parte, è la democrazia stessa a suscitare un rilevante distacco. Visto che il 21% dei cittadini ritiene che un regime autoritario, in alcune circostanze, “può essere preferibile alla democrazia”. Mentre un ulteriore 11% non vede differenze sistema democratico e/o autoritario.

Segnali di raffreddamento del clima d’opinione democratico sono, peraltro, già emersi. Evidenti. Espressi dal crescente grado di “astensione” dei cittadini nelle scadenze elettorali. Europee e regionali. Una “non partecipazione” ormai superiore alla “partecipazione”. Più o meno dovunque. Tuttavia, è interessante e importante osservare come un’ampia quota di cittadini ritenga l’astensione un comportamento che “peggiora la qualità della democrazia”. E, insieme, dei “politici eletti”, quindi: della rappresentanza. Quindi, “la democrazia del Capo” rischia di divenire “poco democratica”, agli occhi degli stessi cittadini. E di allargare la diffusione del “risentimento” verso le istituzioni e le autorità pubbliche, che ne complica l’azione. Ne ridimensiona l’efficacia. E spinge ai margini lo Stato. Insieme agli “attori” che lo interpretano. I partiti e le stesse organizzazioni di rappresentanza. Sindacati e associazioni di categoria. Partiti e Stato. In altri termini, rischiano di diventare un “participio passato”. Perché “i partiti sono partiti”, non si sa verso dove. Mentre lo “Stato è stato”. Cioè, scivola nel passato. Tuttavia, senza partiti e senza Stato non declina solo la democrazia, ma lo stesso sistema dei servizi che accompagna e regola la nostra vita: il lavoro, il territorio. E difende i nostri diritti. La nostra salute. Insieme al servizio sanitario che, non a caso, oggi mostra un calo preoccupante di consenso, nella percezione dei cittadini.

La vera questione sollevata da questo Rapporto su “Gli italiani e lo Stato”, è proprio questa. Perché senza la fiducia e la partecipazione dei cittadini non c’è speranza di “governare” il Paese. Né di organizzare e guidare il sistema dei servizi. La Sanità. Gli enti locali.

Senza una democrazia vera e partecipata, non “affidata” a “un capo”, rischiamo di perderci.