Nuovi pozzi contro il caro energia
Nell’ “uovo di Pasqua” i lucani potrebbero trovare nuovi pozzi di petrolio. Il disegno di legge A.C. 2809 per la conversione in legge del decreto-legge 20 febbraio 2026, n. 21 (noto come “DL Energia” o “Bollette 2026”), è attualmente in corso di esame presso la X Commissione (Attività produttive, commercio e turismo) della Camera dei Deputati. Il decreto deve essere convertito in legge entro il 21 aprile, pena la perdita di efficacia, ma il 27 marzo scorso è scaduto il termine per la presentazione di subemendamenti agli emendamenti dei relatori e c’è la volontà del Governo ad accelerare.
Dunque il testo presentato su iniziativa del Presidente del Consiglio Giorgia Meloni e dei Ministri dell’Ambiente (Pichetto Fratin) dell’Economia (Giorgetti) e delle Imprese (Urso) riaccende in Basilicata un dibattito che ciclicamente torna al centro della scena: quello tra sviluppo energetico, tutela ambientale e futuro economico del territorio. Se da un lato il provvedimento nasce con l’obiettivo dichiarato di abbassare il costo dell’energia per famiglie e imprese e rafforzare la sicurezza nazionale, dall’altro contiene, all’articolo 4, una serie di misure che incidono direttamente sul cuore produttivo lucano, riaprendo la partita delle estrazioni. Il punto centrale è semplice ma politicamente delicato: aumentare la produzione nazionale di gas e petrolio sfruttando in modo più intenso i giacimenti già attivi.
In questo quadro, la Basilicata torna protagonista. Dopo un 2025 segnato da un calo dell’11% nella produzione di greggio – con conseguenze immediate sulle royalties e quindi sulle entrate regionali – le compagnie petrolifere hanno ripreso a spingere su piani di sviluppo rimasti fermi per anni. È il caso della Val d’Agri, dove il consorzio guidato da Eni insieme a Shell ha presentato un programma che punta a ridisegnare la geografia estrattiva del giacimento almeno fino al 2034. Il piano prevede 14 nuovi pozzi, distribuiti in modo strategico per intercettare riserve profonde non ancora sfruttate. Non si tratta solo di nuove perforazioni “classiche”, ma anche di interventi tecnici più sofisticati, come i side-track – deviazioni di pozzi già esistenti – che consentono di aumentare la produzione senza aprire nuovi piazzali. Il cuore delle operazioni resta l’area tra Viggiano e Calvello, nel cosiddetto cluster Sant’Elia – Cerro Falcone. Qui si concentrano alcune delle richieste più rilevanti: i pozzi Sant’Elia 1 e 2 saranno oggetto di raddoppio della capacità estrattiva attraverso perforazioni direzionali, mentre Cerro Falcone 7 viene indicato come uno dei punti più promettenti per incrementare non solo il petrolio ma anche il gas associato.
È proprio il gas, infatti, a rappresentare oggi la vera leva strategica del decreto, perché può essere immesso rapidamente nel sistema nazionale a prezzi calmierati. Ma il piano non si limita a quest’area. A Viggiano, già sede del Centro Olio Val d’Agri (Cova), è previsto un adeguamento degli impianti per gestire l’aumento dei flussi produttivi. L’impianto dovrà essere in grado di trattare maggiori quantità di greggio e gas, con sistemi più avanzati per il recupero dei vapori e la riduzione delle emissioni, anche alla luce delle prescrizioni ambientali sempre più stringenti. Marsicovetere rappresenta infine la frontiera esplorativa verso nord: alcuni dei nuovi pozzi avranno proprio la funzione di ridefinire i confini del giacimento e verificare la presenza di ulteriori riserve sfruttabili. A completare il sistema, c’è il potenziamento dei pozzi di reiniezione, in particolare Costa Molina 2 a Montemurro, fondamentale per reimmettere nel sottosuolo le acque di strato e mantenere l’equilibrio del ciclo produttivo. Uno scenario simile si delinea anche a Tempa Rossa, nel giacimento di Gorgoglione gestito da TotalEnergies. Qui il tema non è tanto l’apertura di un nuovo pozzo, quanto il pieno utilizzo di una capacità già autorizzata ma finora solo parzialmente sfruttata. Attualmente la produzione si attesta intorno ai 30.000 barili al giorno, ma potrebbe arrivare a 50.000 con nuove autorizzazioni per pozzi e piazzole. Anche in questo caso, il DL Energia potrebbe rappresentare la chiave per sbloccare iter rimasti impantanati tra burocrazia e contenziosi.
Il ruolo dell’articolo 4 è proprio quello di accelerare tutto questo. Le procedure autorizzative vengono semplificate e ridotte nei tempi, trasformando progetti considerati strategici in interventi prioritari. Le concessioni in scadenza, come quella della Val d’Agri prevista per il 2029, possono essere prorogate a condizione che le compagnie accettino di partecipare al meccanismo del “gas release”, cioè la cessione di parte del gas estratto a prezzi calmierati.
Ed è qui che entra in gioco il punto di equilibrio politico: la Basilicata, in cambio dell’intensificazione delle attività estrattive, ottiene una quota maggiore di gas a basso costo, destinata a finanziare il bonus bollette per cittadini e imprese. Un sistema che punta a trasformare una risorsa locale in un beneficio diretto per il territorio, ma che non cancella le preoccupazioni legate all’impatto ambientale.
Le nuove perforazioni dovranno infatti rispettare vincoli molto più rigidi rispetto al passato. Il monitoraggio sismico sarà continuo e collegato all’Istituto Nazionale di Geofisica e Vulcanologia; qualsiasi variazione anomala del suolo potrà determinare lo stop immediato delle attività.
Sul fronte delle emissioni, la Regione chiede l’azzeramento del flaring al Cova, con sistemi di recupero che riducano anche l’impatto odorigeno più volte segnalato dai cittadini. Resta poi il tema delle royalties, che rappresenta uno degli elementi chiave per comprendere la posta in gioco. Con il possibile raddoppio della produzione, le entrate regionali potrebbero tornare ai livelli del passato, superando i 150 milioni di euro annui.
Una parte significativa di queste risorse, però, dovrà essere destinata a progetti di transizione energetica e reindustrializzazione, in un’ottica di progressivo superamento della dipendenza dal petrolio. In questo senso, il DL Energia appare come un “ponte”: da un lato prolunga la vita dei giacimenti e rafforza il ruolo della Basilicata nel sistema energetico nazionale, dall’altro prova a legare questo sviluppo a un percorso di decarbonizzazione.
Nei prossimi giorni, con il voto sugli emendamenti in Commissione e il successivo passaggio in Aula, si capirà se l’impianto dell’articolo 4 verrà confermato o modificato. Ma una cosa è certa: il futuro energetico della Basilicata si sta decidendo adesso, tra nuove trivellazioni, gas a basso costo e la sfida – non più rinviabile – di costruire un dopo-petrolio credibile.
