«È stata la Cina a spingere l’Iran a negoziare»: il presidente Donald Trump riconosce a Pechino un ruolo chiave nella trattativa grazie a cui il Pakistan ha portato Usa e Iran al cessate il fuoco di due settimane dopo 40 giorni di guerra. La mediazione pakistana è dunque lo strategico, ma precario, punto di equilibrio tra Washington e Pechino sui nuovi assetti in Medio Oriente.

Per comprendere l’entità del ruolo di Islamabad bisogna partire dai protagonisti di un negoziato che ha portato a far tacere le armi. Anzitutto il ministro degli Esteri, Ishaq Dar, legato a doppio filo a Pechino, che ha creato il team di mediatori con Turchia, Egitto e Qatar ovvero i tre Paesi musulmani già decisivi nel piegare Hamas alla richiesta di Trump di liberare gli ultimi venti ostaggi israeliani vivi, ponendo fine alla guerra a Gaza. E poi Asim Munir, il capo di stato maggiore pakistano che Trump definisce «il feldmaresciallo preferito» e vanta stretti legami con Pentagono e pasdaran.

 

 

Ovvero il ministro degli Esteri cinese Wang Yi per costruire la tela tra acerrimi nemici ha puntato su due leader pakistani apprezzati a Washington. Tale credibilità era necessaria per aprirsi un varco verso la Casa Bianca perché, sul fronte opposto, Teheran e Islamabad sono da tempo solidi partner: il Pakistan è il secondo Paese al mondo per popolazione sciita, fu il primo a riconoscere la Repubblica islamica con cui condivide un confine di 800 km, gestisce assieme agli ayatollah la ribellione dei beluci ed è soprattutto il Paese dell’Asia del Sud più legato alla Cina, maggiore partner economico e militare dell’Iran.

Come riassume Mao Ning, portavoce del ministero degli Esteri cinese, «abbiamo sempre auspicato colloqui di pace e cessate il fuoco» perché per Pechino l’Iran è un partner irrinunciabile: acquista gran parte del greggio di Teheran, gli fornisce tecnologie e combustibile per l’arsenale balistico e ne ha bisogno per il corridoio geoeconomico della nuova via della seta.

Dopo aver perduto la fornitura di greggio venezuelano, Pechino non poteva permettersi di subire un nuovo smacco energetico a Teheran e così ha giocato su due tavoli: sostenendo gli ayatollah il minimo necessario per non farli implodere, con forniture militari e sostegno all’Onu contro le risoluzioni dei Paesi del Golfo, e poi portandoli al cessate il fuoco con l’obiettivo di trasformare Hormuz nel tassello di un più vasto accordo sugli equilibri globali con gli Usa che Xi e Trump discuteranno nel summit di metà maggio.

La Cina, d’altra parte, ha anche mediato nel marzo del 2023 la ripresa dei rapporti diplomatici tra Teheran e Riad così come il Pakistan è legato da un accordo di mutua difesa con l’Arabia Saudita e ciò significa che anche le monarchie sunnite del Golfo — sotto shock per gli attacchi con missili e droni subiti dall’Iran — si sentono garantite dalla mediazione sino-pakistana.

Ma non è tutto, perché a completare il mosaico negoziale c’è il presidente Usa che ha trovato nel Pakistan uno dei primi Paesi ad aderire al Board of Peace di Gaza — assieme anche qui a Turchia ed Egitto — diventando un suo interlocutore privilegiato tra i Paesi del sud globale quasi sempre nell’orbita cinese.

E ancora: il metodo del cessate il fuoco per disinnescare un conflitto che rischiava lo stallo è lo stesso che proprio Trump — assieme all’alleato israeliano Benjamin Netanyahu — ha adoperato per superare le resistenze di Hamas a Gaza. In quel caso il Paese chiave per Trump è stata la Turchia mentre in questa occasione lo stesso ruolo è stato ricoperto dal Pakistan.

D’altra parte non è la prima volta che il Pakistan contribuisce ad avvicinare Washington e Pechino: lo fece anche ai tempi del presidente Nixon, aiutando Henry Kissinger a preparare lo storico viaggio da Mao. Oggi come allora le crisi regionali — all’epoca il Vietnam oggi il Golfo — fanno da sfondo a un difficile ma possibile riavvicinamento. I temi sul tavolo nei prossimi 15 giorni, in effetti, sono locali ma con impatto globale: dalla sorte dell’uranio arricchito iraniano al traffico nello stretto di Hormuz.

Da qui lo scenario che si apre nel Golfo: alle spalle delle delegazioni americana e iraniana che da sabato 11 aprile a Islamabad negozieranno guidate rispettivamente da JD Vance e Mohammad Bagher Ghalibaf vi saranno in realtà Trump e Xi impegnati a creare un nuovo equilibrio nel Golfo accettabile a entrambi, per trasformarlo magari nel volano di intese più ampie, dalle terre rare ai dazi.

Riproponendo lo scenario di una transizione verso un nuovo ordine internazionale tutto da costruire nel quale, al momento, Russia e Unione Europea sembrano relegate a un ruolo secondario. Per il semplice motivo che Vladimir Putin esce ridimensionato dal conflitto, sempre più tassello nella nascente sfera di influenza cinese, mentre l’Ue si allontana da Washington, teme Mosca e diffida di Pechino con il risultato di avere poche carte da giocare.

Anche perché oggi in Medio Oriente per Washington l’alleato cruciale è Israele mentre per Pechino è il Pakistan in quanto si tratta di due potenze regionali capaci di fare la differenza in tempi rapidi e in situazioni di crisi. Aprendo per tutti noi una finestra sul riassetto geopolitico globale in pieno svolgimento.