Il nunzio al Pentagono, le minacce degli Usa e con il Vaticano fu il gelo
NEW YORK – “La guerra è necessaria perché l’Iran minaccia gli Usa, però usare Dio per giustificarla è sbagliato e dannoso“. Colpisce che a dirlo sia l’ex ambasciatore americano presso la Santa Sede ed ex presidente del Partito repubblicano Jim Nicholson, perché così riconosce le motivazioni profonde delle divergenze tra Vaticano e amministrazione Trump.
L’ultimo episodio è stata la convocazione al Pentagono del nunzio e cardinale Christophe Pierre dal sottosegretario Elbridge Colby, curiosamente scettico verso gli alleati europei nonostante suo nonno William, cattolico assai devoto, dopo la Seconda Guerra Mondiale avesse diretto l’ufficio della Cia proprio a Roma, prima di diventare direttore della “Company”. Pierre è stato ricevuto il 22 gennaio, oltre un mese prima dell’inizio della guerra in Iran, quindi sarebbe cronologicamente scorretto mettere le due questioni in connessione diretta. Il motivo del colloquio era discutere il discorso al corpo diplomatico tenuto da Papa Leone tredici giorni prima. Questo però conferma che le divergenze sono ampie e profonde.
Già il 3 ottobre scorso Pierre aveva tenuto una lezione intitolata “Woke Culture and Post-Liberalism: The response of the Social Doctrine of the Church”, che anticipava le dissonanze culturali. Dopo aver evidenziato i limiti del fenomeno woke, il nunzio aveva criticato così il movimento post liberale: “Sottolinea l’importanza del bene comune (inteso come bene della mia comunità) e del cosiddetto ordo amoris (prima io, poi la mia famiglia e poi il mio Paese, senza preoccuparmi troppo della sorte del resto del mondo), scivolando verso tentazioni autoritarie o verso un integralismo che contraddice la legittima pluralità della vita moderna”. In questo modo “rischia di strumentalizzare la religione a fini di potere”. Perciò aveva ricordato l’enciclica di Francesco “Fratelli Tutti” che “mette in guardia contro il nazionalismo esclusivo e l’autoritarismo”.
Il 9 gennaio Leone si era rivolto ai diplomatici citando Agostino, caro al vicepresidente Vance: “Mette in guardia dai gravi pericoli per la vita politica derivanti da false rappresentazioni della storia, dall’eccessivo nazionalismo e dalla distorsione dell’ideale dello statista”. Quindi aveva aggiunto: “Nel nostro tempo, preoccupa in modo particolare, sul piano internazionale, la debolezza del multilateralismo. A una diplomazia che promuove il dialogo e ricerca il consenso di tutti, si va sostituendo una diplomazia della forza, dei singoli o di gruppi di alleati. La guerra è tornata di moda e un fervore bellico sta dilagando. È stato infranto il principio che proibiva ai Paesi di usare la forza per violare i confini altrui”. Perciò aveva ammonito: “È proprio questo atteggiamento che ha condotto l’umanità nel dramma della Seconda Guerra Mondiale”.
Tredici giorni dopo Pierre è stato convocato al Pentagono e anche se non c’è conferma che Colby abbia minacciato di ripetere il sopruso di Avignone imposto da Filippo IV ai papi, la conversazione è stata “franca”. L’amministrazione ha sostenuto che la pace si crea con la forza, concetto difficile da conciliare col messaggio di Gesù. Un diplomatico europeo ha confermato questa impostazione “si vis pacem para bellum”, rivelando un altro curioso retroscena: “Alcuni membri del governo mi hanno detto che il loro modello è ripetere l’Impero romano, aggiungendoci il cristianesimo. Ho fatto notare che gli storici attribuiscono proprio all’avvento del cristianesimo la caduta dell’Impero romano e sono rimasti sorpresi, ammettendo che non ci avevano pensato”.
A giudicare dai discorsi del pontefice negli ultimi giorni, il richiamo del Pentagono non ha funzionato. La parola finale però l’ha pronunciata proprio Pierre, nell’omelia della messa celebrata sabato alla basilica National Shrine of the Immaculate Conception: “Papa Leone ha invitato l’intera Chiesa a pregare affinché i cuori si aprano nuovamente al dialogo, la violenza ceda il passo alla ragione, il mondo non si abbandoni alla logica della distruzione. È un mondo ferito dalla violenza, diffidente verso la speranza e abituato ad attendere la prossima minaccia. Ascoltiamo il linguaggio della forza. La distruzione giustificata come necessità. A poco a poco, i cuori possono indurirsi. Iniziamo a pensare che la pace sia ingenua, che la guerra sia inevitabile. Ma Cristo è risorto. Pertanto il mondo sbaglia quando tratta l’aggressione come saggezza e il dominio come realismo. Il rifiuto dell’odio non è debolezza. L’amore è più forte della morte”.
