Intervista alla geologa Anna Canessa

Pubblichiamo
un’intervista alla geologa Anna Canessa, sulle ricerche petrolifere
che sembrano interessare la Regione Marche. Con questa intervista
vorremmo iniziare una raccolta di informazioni tecniche-scientifiche sugli eventuali rischi di trivellazioni nel
nostro territorio.

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Abbiamo
intervistato Anna Canessa che svolge indagini geologiche,
progettazione e assistenza tecnica di cantiere per la realizzazione
di infrastrutture stradali e ferroviarie in Italia e all’estero. Dopo
la laurea in Scienze della Terra, nel 1988 a Firenze, ha lavorato per
i primi anni all’estero nei progetti di cooperazione allo sviluppo.
Successivamente ha iniziato una collaborazione con l’Università di
Roma La Sapienza, dipartimento di Ingegneria Mineraria, come
ricercatrice. E’ arrivata nelle Marche nel 2010 per seguire il
progetto della terza corsia della A14 e nel 2011 ha deciso di
trasferirsi a Fano, dove tuttora risiede.

Dottoressa cosa
ci può dire riguardo all’Istanza di Permesso di Ricerca in
Terraferma denominata “Monte Porzio”? Quando dalla Toscana si è
trasferita nelle Marche avrebbe mai pensato che i nostri territori
sarebbero diventati di interesse strategico dal punto di vista
petrolifero?

L’area detta
di ‘Monte Porzio’ nell’istanza di ricerca petrolifera è grande
circa 200 chilometri quadrati ed è posta nell’entroterra tra
Pesaro e Senigallia, in zona rurale mediamente abitata ma densamente
coltivata, che dista solo una decina di chilometri da un lungomare
densamente popolato soprattutto in primavera estate, un tratto di
mare riservato alla balneazione e alla pesca sportiva e commerciale.
Nell’area di ‘Monte Porzio’ già incombono il rischio
sismico e il rischio idrogeologico a minacciare uno dei paesaggi
collinari tra i più belli d’Italia. La zona adriatica, che tanto
spesso viene denigrata perché meno pregiata rispetto al resto del
Mediterraneo, è in realtà ricchissima di biodiversità, di
peculiarità e di tipicità. Credo che tutto ci si potesse aspettare
per la sua valorizzazione, per la protezione del territorio e per la
protezione dell’ambiente … ma certo non di vederla declassata ad
area a vocazione petrolifera!

Dal punto di
vista geologico, secondo la sua esperienza, pensa ci siano dei rischi
legati all’attività di ricerca di idrocarburi, come quella prevista
nell’Istanza di Permesso di Ricerca in Terraferma denominata “Monte
Porzio”?

Le attività di
ricerca che di per sé non sarebbero ‘troppo pericolose‘ sono
però finalizzate all’avvio di uno ‘sfruttamento’ petrolifero in
una certa area: entrambi sono assimilabili in tutto e per tutto alle
attività industriali di tipo pesante. Il loro impatto sul territorio
è devastante perché ci sono rischi legati alla contaminazione per
sversamento di idrocarburi e alle emissioni in atmosfera, cioè alla
diffusione dei gas inquinanti: aria, acqua, suolo e sottosuolo
diventano incompatibili con la presenza delle popolazioni,
soprattutto diventa impossibile praticare attività agricole,
allevare animali e pescare… vedi ciò che sta succedendo in Val
d’Agri in Basilicata.

Le diverse fasi
di prospezione geologica, tipo
log
elettrici
,
prospezione geofisica o altro tipo di prospezione e l’allestimento
degli impianti di estrazione presentano rischi diversi, entrambe sono
quindi da temere, perché invasive. Pensate al rumore, al traffico
dei mezzi pesanti, all’utilizzo di prodotti inquinanti per le falde
acquifere quali i fanghi per la perforazione dei pozzi… ma è
quando il pozzo viene messo in produzione che diventa una vera bomba
ad orologeria! La perdita da una pozzo produce uno sversamento ed un
danno all’ambiente che nessuno è in grado di contenere o di
mitigare, ed è irreversibile, nessuna compagnia di assicurazione
paga per i danni da perdita di idrocarburi (ricordate il disastro del
golfo del Messico?).

Se dovesse
essere confermato il
Permesso
di Ricerca in Terraferma
quali saranno, secondo
lei, gli scenari che si apriranno con lo sfruttamento degli
idrocarburi nelle Valli del Cesano e Metauro?

Se la zona, dopo
la fase di prospezione e ricerca di idrocarburi, dovesse essere
confermata come zona estrattiva, si apriranno scenari devastanti, a
causa dell’aumento della pressione antropica sul territorio. L’uso
preminente sarà di tipo industriale – minerario, la viabilità
diverrà prevalentemente percorsa da mezzi pesanti, il mare sarà
attraversato da navi cisterna e petroliere: tutto ciò comprometterà
quindi l’abitabilità della zona nei tempi a venire, mentre le
produzioni effettive di petrolio saranno via via sempre più scarse e
saranno abbandonate in breve tempo. Infatti, c’è da dire che le
attività di estrazione di idrocarburi (olio e gas) in Adriatico
furono già tentate negli anni ’60 – ’70 ed abbandonate perché
improduttive… le nuove tecniche per uno sfruttamento più efficace
potranno essere provate, ma sicuramente a rischio di un maggior
pericolo ambientale. Si useranno ad esempio molte più sostanze
inquinanti per ottenere “prodotto” dagli scisti bituminosi che
dovranno essere sottoposti a trattamenti tipo lavaggio con solventi
chimici: gli scarti, le scorie, i rifiuti della produzione saranno
rifiuti speciali ad elevata pericolosità.

Quindi,
fanno bene gli abitanti della zona ad essere preoccupati per
l’ambiente e per la propria salute?

I fattori di
maggior rischio ambientale e sanitario sono legati alla fase di
gestione del progetto di estrazione degli idrocarburi, il rischio di
malattie (rischio sanitario, casi di tumori, leucemie, allergie) è
destinato ad essere innescato e ad aumentare vertiginosamente in una
zona petrolifera. Inoltre l’Adriatico ha già una propria
fragilità a causa della sua sismicità: le attività industriali
pericolose non possono essere localizzate in zone dove l’azione
sismica potrebbe compromettere il funzionamento dell’attività
produttiva stessa, in caso di scossa di terremoto, e creare
contaminazioni pericolose come fuoriuscite di petrolio o gas dai
pozzi, dalle tubazioni e dai mezzi di trasporto, incidenti di tutti i
tipi!

Secondo lei si
possono ancora compiere azioni concrete per fermare l’iter di
concessione della ricerca di idrocarburi nelle nostre terre?

Secondo me sì,
siamo ancora in tempo, vi sono altri aspetti di cui tener conto oltre
a quelli già analizzati e che sono ancora più importanti per le
popolazioni locali. Normalmente, in fase di ricerca petrolifera
vengono promessi ingenti ricavi ed interessi per le amministrazioni e
le maestranze che saranno reclutate a livello locale. Ma in molti
casi le compagnie hanno già il proprio personale specializzato da
impiegare e le amministrazioni locali non percepiscono nessuna quota
per la concessione estrattiva che viene riconosciuta a livello
centrale. Quello che si ottiene a livello locale è devastazione,
inquinamento e perdita di valore del territorio.
Le nostre
amministrazioni (regione, province, comuni) ma anche tutti i loro
uffici che operano sul territorio dovrebbero essere chiamati in causa
direttamente per esprimere contrarietà al progetto.

La nascita del
‘Coordinamento’ che si sta portando avanti da più parti è la
migliore delle iniziative che si potevano immaginare e servirà da
megafono per informare sempre più le persone sui rischi legati a
questo progetto. Inoltre, credo che sia conveniente cercare la
collaborazione del mondo universitario e della ricerca (Ancona,
Urbino, Camerino) dove ci sono diverse facoltà tecnico-scientifiche
coinvolte tra cui scienze della terra, scienze naturali, ingegneria
ambientale, nonché l’Università di Bologna con l’Istituto di
Biologia Marina di Fano, che potranno esprimere la loro contrarietà.

Penso inoltre ai
nomi illustri della protesta ambientalista in Italia che hanno
contributo a portare avanti tante altre campagne, da attivare subito
con una richiesta di aiuto tramite i media, da internet agli articoli
di giornale, ai programmi televisivi, alle proteste di piazza.