martedì 27 Febbraio 2024
Immigrazione

Come si diventa «desalmados». Il progetto che cura l’anima

Ada Colau forse ha trovato la definizione migliore per i giovanissimi membri della cellula terrorista: desalmados, senz’anima. Ma come si fa a evitare che perdano l’anima? Cerchiamo risposte con chi lavora sul campo con ragazzi come loro. Come il mediatore comunitario e pedagogo sociale Oscar Negredo, che coordina il servizio di mediazione di L’Hospitalet, vicino a Barcellona. Lì sta implementando un piano europeo, il Liase (Local Institutions Against Extremism) per prevenire la radicalizzazione violenta.

La chiave del progetto è disporre di un gruppo di agenti comunitari (professionisti, famiglie, leader religiosi, sportivi, presidi) con i quali generare uno spazio di dibattito sul tema. «Insieme – dice Negredo – stabiliamo se il problema esiste ascoltando le voci di chi lavora vicino ai ragazzi». Se il problema esiste allora bisogna capire quali sono i fattori che possono indicare che un ragazzo ha iniziato un processo di radicalizzazione. «È difficilissimo: non vogliamo creare una lista preconcetta di fattori che possano stigmatizzare i ragazzi. Di qui la necessità di dibatterne assieme». Un fattore ha generato consenso unanime fra gli operatori: «Quando i ragazzi cominciano a giustificare la violenza».

E questo, insiste Negredo, vale per tutti: «Noi non cerchiamo di identificare solo la radicalizzazione di tipo islamista. Veniamo dall’esperienza delle cosiddette “bande latine”. Il percorso individuale è molto simile: la necessità di riconoscerti in un gruppo che ti protegge e ti fornisce un’identità. La differenza è che le bande latine si ammazzavano fra loro, mentre la violenza di taglio islamista ci fa più paura come società, ma per i ragazzi il percorso identitario è analogo». In autunno entreranno nella fase concreta, come intervenire quando si è rilevato un caso. Secondo Negredo, «l’intervento passerà per un piano educativo individualizzato, non necessariamente scolastico, ma certamente comunitario. Il multiple stigma, giovane, immigrato, musulmano, porta facilmente questi ragazzi a sentirsi cittadini di serie B».

Javier Pacheco Herrero è un educatore del servizio di attenzione specializzata per adolescenti a rischio della Comunità di Madrid. Anche lì si lavora per ridurre i fattori di rischio in un quartiere madrileño ad alta densità migratoria: Lavapiés. Fra questi fattori, Pacheco ricorda i problemi di relazione, il legame con la comunità, le migrazioni progressive – se tua mamma ti ha lasciato per anni coi nonni, poi non ti conosce quando tornate a vivere assieme – i problemi economici, la mancanza di vigilanza in casa, l’abbandono scolastico, rimanere per strada fino a tardi… Pacheco lavora soprattutto con migranti marocchini e domenicani.

Spiega: «Le dinamiche sono simili, ma mentre i domenicani hanno famiglie più flessibili, molti figli con partner diversi, quelle marocchine sono più chiuse e conservatrici. L’appartenenza identitaria le spinge a essere più conservatrici di quanto non fossero in Marocco». Pacheco e colleghi intervengono in modo integrale sull’area scolastica, sanitaria, personale, familiare e del tempo libero. «Io cerco di rafforzare il vincolo, e dare il buon esempio con la proposta di modelli di comportamento. È quello che funziona di più, vedere che qualcuno si preoccupa per loro». Il giorno dell’attentato, Pacheco confessa di aver pensato ai suoi ragazzi. «Ne ho alcuni che assorbono valori molto conservatori dalle loro famiglie, si chiedono se sono spagnoli o marocchini. E con l’aggressività delle persone attorno, si radicalizzano ancora di più». Anche Pacheco crede che la chiave sta nell’educazione: «Le scuole dove mille nazionalità convivono in pace devono essere il modello. Bisogna intervenire nell’educazione e valorizzare la diversità».