Stefano Caserini: «Senza una vera politica il pianeta soffrirà per millenni»

«Quel è lo stato del Pianeta? La risposta dei climatologi è chiara: gli effetti di ciò che accadrà nei prossimi 5 o 10 anni non riguarderanno solo la nostra e la prossima generazione. Le alterazioni provocate dall’eventuale inazione della politica, come quella del bilancio energetico del nostro pianeta, potrà avere conseguenze per decine di migliaia di anni dopo di noi» spiega Stefano Caserini, docente di Mitigazione dei cambiamenti climatici al Politecnico di Milano.

Mentre l’Italia celebra l’Earth Day, il ricercatore lodigiano – il cui ultimo libro è “Il clima è (già) cambiato. 10 buone notizie sul cambiamento climatico”, uscito nel 2016 per le Edizioni Ambiente – sottolinea come «il climate change ponga oggi una questione molto particolare, legata all’urgenza di intervenire. Siamo di fronte a processi fortemente influenzati da irreversibilità e inerzia – dice – Pensiamo ad esempio alla fusione, che è in corso, delle calotte glaciali: darà conseguenze per migliaia di anni. La ricerca scientifica sa che non basta ridurre l’uso dei combustibili fossili e le emissioni degli altri gas serra per essere a posto, per diminuire le temperature. Senza un’azione rapida e drastica pagheremo a lungo le conseguenze del riscaldamento globale. Però per molti, purtroppo, non c’è ancora la percezione della necessità di avviare azioni urgenti che influenzino il lungo termine».

Tra i «molti» lei include anche la politica?

Necessariamente. Pur riconoscendo l’importanza di una consapevolezza «dal basso» e di comportamenti individuali più corretti, sappiamo che questo genera cambiamenti lenti, e servono azioni decise e strategiche a livelli diversi. Quindi, questo dovrebbe essere accompagnato da esempi «attivi» di politica ambientale. Non chiediamo necessariamente di assumere posizioni rivoluzionarie: l’idea «chi inquina paga» è dell’economia neoclassica, quindi con opportune tassazioni potremmo ad esempio provare a ridurre il problema delle microplastiche di cui si parla in questi giorni. Eppure siamo in ritardo: abbiamo aspettato di vedere tratti importanti di mare contaminati dalle plastiche; abbiamo i dati, le fotografie, e procrastinare non ha senso. Credo che Paesi più ricchi, come il nostro, dovrebbero adottate legislazioni più incisive, anche per influenzare le economie emergenti, come Cina o India.

Con l’appello «La scienza al voto» (lascienzaalvoto.it) avete avanzato richieste ai partiti impegnati nelle politiche del 4 marzo. La risposta?

Se guardiamo ai programmi elettorali, vi si trova dentro qualcosa che ha a che fare con il climate change, più che in ogni altra campagna elettorale precedente. Si parla di decarbonizzazione, di adattamento ai cambiamenti climatici, e il punto di vista dei «negazionisti» è praticamente scomparso, anche perché ci si è resi conto che rinnovabili ed efficienza possono creare posti di lavoro. C’è però grande distanza tra livello di analisi, e la capacità di tradurre questi temi in elementi prioritari nell’azione governativa. L’appello ha ottenuto la firma di quasi tutte le forze politiche (tranne il M5S), e di fronte all’impasse attuale potrebbe anche diventare un elemento comune: la questione della transizione energetica potrebbe diventare elemento di raccordo. Nei programmi dei 5 Stelle e del Pd, ad esempio, c’è qualcosa di simile per quanto riguarda le azioni sull’efficienza energetica e contro il dissesto idrogeologico. Credo però che la classe politica non sia a conoscenza di quella che è la vera dimensione del problema del cambiamento climatico, e che affrontarlo può essere un’occasione anche per aumentare posti di lavoro e ridurre le diseguaglianze.

Dieci anni fa pubblicò per le Edizioni Ambiente il libro «A qualcuno piace caldo. Errori e leggende sul clima che cambia». Nacque nel 2008 anche il sito climalteranti.it. Un bilancio?

Allora un articolo su due metteva in discussione il tema del cambiamento climatico. Oggi non è più così, per fortuna. Intanto, però, i dati del Cnr evidenziano nel nostro Paese un aumento medio delle temperature, rispetto al periodo di riferimento della fine del diciannovesimo secolo, di circa due gradi. Ed il segnale è chiarissimo in tutto il Mediterraneo, e non solo: nelle ultime settimane sono stati pubblicati altri articoli scientifici mostrano segni dell’indebolimento della «corrente del Golfo», che ha un impatto significativo sulla distribuzione del calore e sulla circolazione atmosferica. È un tema che il cinema ha toccato nel film «L’alba del giorno dopo», ma a differenza di quel copione, scritto violando una ventina di leggi della fisica e della oceanografia, l’impatto probabile non sarà una glaciazione ma un aumento del livello del mare negli Stati Uniti, e una maggiore incidenza delle ondate di calore estive verso l’Europa. E qui torno al punto di partenza della mia analisi: se manomettiamo la circolazione dalla corrente del Golfo, o i ghiacci del Pianeta, non potremmo tornare indietro nell’arco di qualche decennio, i tempi sono secoli e millenni.