sabato 13 Aprile 2024
Medioriente

Netanyahu gendarme, dal conflitto con l’Iran per procura allo scontro diretto

Per la guerra siriana dei sette anni comincia la seconda fase. Come dimostrano gli ultimi raid missilistici su Aleppo e Hama per colpire postazioni iraniane e di Damasco, sarà da un lato un conflitto fatto di azioni militari di Israele e occidentali nei confronti dell’Iran in territorio siriano e dall’altro si ricorre a una sorta di diplomazia punitiva per provare a imporre nuove sanzioni a Teheran. Trump si prepara il 12 maggio a disdire l’accordo sul nucleare firmato da Teheran.

Un accordo siglato con il Cinque più Uno nel luglio 2015 e adesso l’Europa di Macron-Merkel lo difende fino a un certo punto perché si dichiara pronta comunque a negoziarne un altro.

Come se l’intesa fosse stata violata dagli iraniani: in realtà sono gli Stati Uniti che non la rispettano imponendo sanzioni secondarie alla banche europee che concedono crediti all’Iran.

Bloccano così anche i prestiti per le commesse delle aziende italiane (circa 25-30 miliardi di dollari).

Ma questi sono dettagli perché la legalità internazionale e gli accordi, come dimostra il caso dei dazi americani, dall’Europa all’Asia, sono ormai carta straccia.

Sarà interessante vedere se le battaglie commerciali sollevate da Washington saranno capaci di disgregare nel medio periodo l’Occidente, meglio di quanto abbia fatto qualunque ideologia del passato, e riconsegnare l’Europa al suo ruolo di continente distinto dall’America – salvo l’ancoraggio della Nato – come alla vigilia della seconda guerra mondiale.

Per ora resiste bene la solidarietà atlantica nello scatenamento di nuovi conflitti nel Mediterraneo di cui la Siria è il banco di prova con la prospettiva, se Israele lo vorrà, di allargarlo al Libano degli Hezbollah, il partito di Dio sciita alleato della repubblica islamica iraniana.

Qui anche gli ineffabili politici italiani, occupati a tenere aperti i loro «forni» domestici, dovranno svegliarsi perché nel Sud del Libano sono di stanza sulla Blue Line con la missione Onu (Unifil) oltre mille soldati italiani su 4.500 peacekeeper, tutti al comando degli alpini della Julia.

Nel 2006 quando si scatenò il conflitto Hezbollah-Israele ,l’Italia fu al centro della mediazione internazionale per il cessate il fuoco. L’allora ministro degli Esteri italiano fece una storica passeggiata tra le macerie dei quartieri meridionali di Beirut.

Si chiamava Massimo D’Alema. Ma chi era costui a cospetto dei brillanti protagonisti di oggi? Cosa faremo stavolta se si sparano sopra al cielo turbolento della Blue Line? Sicuramente troveranno il modo di non farsi troppo male.

Per ora si segnala soprattutto la nascita di un asse sempre più solido tra gli Usa e gli alleati degli americani, Francia e Gran Bretagna, con lo stato ebraico, che non manca occasione. Anzi.

Come ben dimostrano le parole del premier israeliano Benjamin Netanyahu che, in diretta tv globale, ha accusato l’Iran: «Abbiamo le prove di un programma nucleare segreto».

Praticamente, per distruggere il delicato accordo di pace avviato da Obama e dalla leadership europea, è tornato alla carica con la stessa sceneggiata, mostrando le immagini che in parte aveva già fatto vedere al Congresso Usa più di un anno fa.

E come ben dimostrano le minacce fatte in precedenza dal ministro della Difesa Avigdor Lieberman, che ha rimarcato che gli israeliani sono pronti in ogni momento a scatenare raid e attacchi missilistici, subito avallati del resto dal nuovo segretario di Stato Usa Mike Pompeo.

Il neo-segretario di Stato ha anche giustificato le dozzine di morti per le proteste di Gaza affermando che «Israele ha diritto a difendersi», un refrain ben conosciuto che conferma il doppio standard della politica Usa in Medio Oriente: Israel First, Israele viene prima di tutto. Chi accetta questo slogan verrà preso in considerazione come un amico, chi lo rifiuta se la passerà male, anche lo stesso Putin che per tenere buoni gli oligarchi, sotto pressione per le sanzioni internazionali, ha bisogno di appoggiarsi al mondo del business dello stato ebraico.

In poche parole c’è un asse atlantico-israeliano che detta la nuova agenda delle guerre mediorientali.

La supervisione di questo secondo capitolo del conflitto siriano è affidata a Israele che, con il trasferimento dell’ambasciata Usa a Gerusalemme e il riconoscimento come capitale dello stato ebraico contro ogni risoluzione dell’Onu, è diventato ufficialmente il poliziotto americano della regione, come ai tempi dello Shah Reza Palhevi l’Iran era il guardiano del Golfo degli Stati Uniti.

Si tratta di un regolamento di conti che dura quasi da quarant’anni, dall’anno della rivoluzione nel 1979 e dalla presa degli ostaggi nell’ambasciata Usa di Teheran il 4 novembre ’79: l’era della destabilizzazione cominciò allora, seguita dalla guerra in Afghanistan contro l’Urss.

Il messaggio odierno è chiaro: si sdogana Kim Jong-un che incontrerà Trump con un menù abilmente apparecchiato dal triangolo Pechino-Pyongyang-Seul, ma si deve ribaltare l’Iran – Paese dal regime discutibile ma che difende strenuamente la propria sovranità – a favore della preminenza strategica israeliana nella regione.

Se qualcuno si chiedesse ancora a che cosa serva Donald Trump alla Casa Bianca, eccolo servito.