mercoledì 29 Maggio 2024
Medioriente

Dopo Singapore, nel mirino di Trump c’è l’Iran

Non fidarti, Trump ti tradirà come ha tradito noi. L’Iran, ferito dal ritiro degli Stati ‎uniti dall’accordo internazionale sul suo programma nucleare (Jcpoa) e di nuovo ‎bersaglio di pesanti sanzioni americane, ha provato per due giorni a mettere in ‎guardia Kim Jong Un. Lunedì era stato Bahram Qassemi, portavoce del ministero ‎degli esteri di Tehran, ad invitare la Corea del nord a ‎‎«stare molto attenta‎». Ieri è ‎stata la volta del portavoce del governo di Teheran, Mohammad Baqer ‎Nobakht. ‎«Siamo davanti a una persona (Trump) che, anche su un aereo, fa marcia ‎indietro rispetto alla sua stessa firma. Non so con chi stia negoziando il leader ‎nordcoreano. Ma questa persona non è un buon rappresentante per gli Stati Uniti‎», ‎ha avvertito Nobakht riferendosi al passo indietro americano dall’accordo firmato ‎nel 2015 dai cinque membri con diritto di veto del Consiglio di Sicurezza dell’Onu ‎‎(più la Germania), con il pieno appoggio del precedente presidente americano ‎Barack Obama. A Tehran la preoccupazione è che, chiuso per il momento il dossier ‎nordcoreano, l’Amministrazione Trump concentri ora tutta la sua aggressività in ‎politica estera sul “nemico” iraniano, sotto la spinta anche delle pressioni del ‎governo israeliano. Con il rischio concreto che lo scontro diplomatico ed ‎economico si trasformi presto o tardi in un conflitto militare.‎

 

‎ I timori degli iraniani sono ben fondati, d’altronde le parole di Trump non ‎lasciano dubbi. ‎«Spero che al momento giusto, dopo le sanzioni che sono davvero ‎brutali, l’Iran torni a sedere al tavolo dei negoziati; ora è troppo presto», ha detto il ‎presidente Usa dopo il summit di Singapore. I negoziati che ha in mente l’inquilino ‎della Casa Bianca hanno un unico obiettivo: riscrivere il contenuto del Jcpoa del ‎‎2015, per inserirvi forti restrizioni non solo alle attività nucleari ma anche allo ‎sviluppo di missili balistici da parte degli iraniani in modo da ridurre le capacità ‎difensive ed offensive di Tehran, a vantaggio di Israele che, forte anche del possesso ‎‎(segreto) di armi nucleari, rafforzerebbe ulteriormente la sua supremazia strategica ‎nella regione mediorientale. ‎«C’è un’amministrazione diversa, c’è un presidente ‎diverso, un Segretario di stato diverso…Per loro non era una priorità, per noi lo è‎», ‎ha detto Trump marcando la differenza in politica estera con l’Amministrazione ‎Obama.‎

 

‎ La difesa europea del Jcpoa è un muro di argilla. Tehran lo sa e non si accontenta ‎delle rassicurazioni dell’Alto rappresentante della politica estera dell’Ue, Federica ‎Mogherini, che pure si è esposta a sostegno delle intese con l’Iran. Dietro le quinte ‎alcuni leader europei, a cominciare dal francese Macron, discutono di una revisione ‎dell’accordo in modo da accontentare almeno in parte Washington e Tel Aviv, ‎nonostante l’Iran abbia più volte ribadito che le intese del 2015 non si toccano. ‎

 

‎ Riferendosi all’Iran, ieri il ministro della difesa israeliano Lieberman ha detto di ‎augurarsi che l’accordo tra Trump e il leader nordcoreano ‎«possa essere un buon ‎esempio per altre nazioni e popoli‎». Per Israele quell’intesa avrà riflessi immediati ‎sulla linea dell’Amministrazione nei confronti dell’Iran, tenendo conto anche del ‎ruolo che giocheranno sostenitori del pugno di ferro come il Segretario di stato ‎Mike Pompeo e il Consigliere per la sicurezza nazionale John Bolton. Si ‎indebolisce di pari passo la posizione del presidente iraniano Rohani, il maggior ‎sostenitore in patria del Jcpoa. I conservatori sostengono più che mai che ‎‎”negoziare” con l’Occidente sia stato un errore che l’Iran debba riprendere con il ‎massimo della forza il programma nucleare e lo sviluppo dei missili. Keyhan, ‎principale quotidiano oppositore della linea di Rohani, ieri un editoriale esortava a ‎fare come la Corea del nord che non è scesa a patti ma ha sviluppato la bomba ‎nucleare e i missili a lungo raggio ottenendo un riconoscimento di fatto da Donald ‎Trump, a differenza dell’Iran che pur avendo firmato un accordo deve fare i conti ‎con minacce degli Usa, di Arabia Saudita e Israele. A conti fatti, dice Keyhan, usare ‎‎”le buone” con l’Occidente è controproducente mentre con “le cattive” si ‎raggiungono risultati concreti.‎