domenica 26 Maggio 2024
Medioriente

Doppio attentato in Pakistan, messaggi a Pechino e a Khan

eri un duplice attentato ha risvegliato il Pakistan dalla breve tregua dagli attentati inaugurata con l’insediamento del primo ministro Imran Khan, al potere dalla scorsa estate. Nel primo attentato 3 militanti del Beluchistan Liberation Army hanno cercato di assaltare il consolato cinese di Karachi, nel quartiere bene di Clifton: oltre agli attentatori, sono morti due poliziotti e due civili. Illesi tutti i funzionari cinesi. Il secondo attentato è avvenuto nel bazar della cittadina di Kalaya, nel distretto tribale di Orakzai, capoluogo della turbolenta provincia del Khyber Pakhtunkhwa, almeno 31 i morti e una quarantina i feriti, perlopiù sciiti, eretici agli occhi dei militanti sunniti più ortodossi. Per Imran Khan, entrambi gli attentati sono «parte di una campagna per creare scompiglio da parte di chi non vuole che il paese prosperi».

QUELLO DI KARACHI – megalopoli da 15 milioni di abitanti e cuore commerciale del Paese – sarebbe un tentativo «di intimorire gli investitori cinesi e di mettere a repentaglio il Cpec», il corridoio economico ed energetico che dalla provincia occidentale cinese del Xinjiang conduce giù giù per 639 chilometri fino al porto di Gwadar, nel Beluchistan pachistano, sull’Oceano indiano.

Il corridoio è soltanto una delle coordinate infrastrutturali della Belt and Road Initiative, destinata a connettere i mercati di Pechino con quelli mediorientali ed europei, ma il nodo del Beluchistan, provincia negletta e povera anche se ricchissima di risorse minerarie e gas, rimane tra i più difficili da sciogliere. «Per noi i cinesi sono oppressori, insieme alle forze pachistane», ha dichiarato uno dei membri del Beluchistan Liberation Army, il gruppo che ha rivendicato l’attentato. Intendono scoraggiare la presenza cinese, ottenere qualche concessione da Islamabad, riportare l’attenzione sulla discriminazione con cui vengono trattati i beluchi.

LE OPERAZIONI DEI SEPARATISTIbeluchi contro i cinesi non sono nuove. Inedito è l’obiettivo di ieri, così ambizioso. Il risultato? Militarmente l’attentato non è riuscito, ma simbolicamente sì. Dal ministero degli esteri cinese sono arrivate dichiarazioni che, pur ribadendo l’importanza della cooperazione strategica con Islamabad, chiedono il rafforzamento delle misure di protezione contro interessi e cittadini cinesi. L’attentato nel distretto di Orakzai ci conduce invece in uno dei serbatoi più corposi dell’estremismo islamista. Proprio da qui vengono molti dei membri del Tehreek-e-Taliban, i Talebani pachistani.

DA QUI VENGONO alcuni dei leader della «provincia del Khorasan», la branca locale dello Stato islamico di Abu Bakr al-Baghdadi, entrato a piedi pari nella partita per il jihad in Afghanistan e Pakistan. Terra povera e dimenticata, il distretto di Orakzai ospita gruppi che hanno fatto della guerra contro il governo pachistano e contro le «deviazioni dall’Islam» una ragione di vita. Dall’insediamento di Imran Khan, la scorsa estate, hanno evitato di alzare il tiro. Qualcuno dice perché il primo ministro ha abilmente stretto accordi. Ora in parte saltati.
GLI ATTENTATI ARRIVANO anche a pochi giorni dal duro scambio di battute – su Twitter – tra Khan e il presidente Usa. Per Trump, Islamabad è un alleato inaffidabile nella guerra al terrore, «uno dei tanti paesi che ricevono dagli Usa senza dare niente in cambio. Tutto ciò sta per finire!». Per Khan, «le dichiarazioni false di Trump» non sono che «un insulto» alle tante sofferenze, «in termini di vite perde e di costi economici» derivati dalla partecipazione del Pakistan alla «guerra al terrore degli Usa».
IL PAKISTAN, DICE KHAN, «ha sofferto abbastanza nel combattere la guerra americana»: «Le nostre aree tribali sono state devastate, milioni di persone hanno dovuto lasciare le proprie case. Ci sono state più di 75,000 vittime e perdite economiche per oltre 123 miliardi di dollari. L’“aiuto” degli Usa non è stato che un minuscolo 20 miliardi». Meno, molto meno dei 50 miliardi di dollari che Pechino sta investendo nella Cpec. Per il primo ministro pachistano la relazione con Pechino è «più potente dell’Himalaya e più profonda del Mare arabico