Quando l’amore diventa un affare
Parliamo d’amore. D’amore e di soldi. Di desiderio, che è il motore di ogni cosa. Del resto non è quello che facciamo tutti, parlare di questo o pensarlo, sempre, appena possibile? Appena si apre un varco di tempo fra i doveri di lavoro e di famiglia, fra gli obblighi e le urgenze, le necessità di sopravvivenza quotidiana. Fuori dalle questioni di vita o di morte, anche, certo: fuori dalle prigionie e dalle guerre ma spesso invece anche in quelle, è l’amor che move il sole, eccetera. Muove la politica, il potere, l’economia, fa e disfa imperi, carriere e reputazioni, consente di resistere alle sofferenze estreme in cattività, di affrontare reclusioni domestiche e consigli di amministrazione. Parliamo di messaggi sul cellulare, di chat archiviate, di segreti custoditi e rivelati. Non è solo passione per il chiacchiericcio, in neolingua universale gossip, non solo curiosità da spioncino quello che ci tiene tutti attenti al caso del momento, la vicenda Ferragni-Fedez con annessi comprimari. Sì, ne abbiamo fatto la nostra famiglia reale in assenza di vere teste coronate ed estinte le grandi dinastie imprenditoriali che tanta soddisfazione ci hanno dato, in passato, in materia. È vero. È sempre impressionante e avvincente vedere la regina che cade per una mossa dell’alfiere, il re in scacco matto. Ma c’è qualcos’altro ed è qualcosa che riguarda tutti quanti, noi le nostre vite: qualcosa che descrive il mondo che cambia e come cambia a partire, per esempio, dalla popolarità così democratica dei social, e che come sempre parla del denaro. Non c’è ragazzina, ragazzino che non pensi che da lì — da Internet — passi la sua fortuna possibile e ha ragione. Il mondo che abbiamo apparecchiato per loro è questo, e a questo tavolo siedono. Anche noi, nelle retrovie. La moltitudine come spettatori, alcuni come imprenditori delle altrui fortune o sfortune.
L’amore, il tradimento nell’amore, è anche una questione di soldi. Da sempre, e ancora. Mia madrel’altro giorno, commentando lei pure la notizia del momento, ha detto una cosa semplicissima: hanno tutti avuto le loro vite parallele ai matrimoni, sempre, soprattutto gli uomini ma anche le donne.
Solo che prima le donne non avevano soldi, mai: dipendevano tutte dagli uomini. Non potevano avere un conto corrente, un libretto di risparmi, niente. Mia madre, mi ha detto mia madre parlando di mia nonna, trovava ogni mattina una banconota sul comodino. L’equivalente di cento lire, nella valuta del suo paese. Con quelle cento lire doveva mantenere la famiglia, spese correnti e straordinarie, doveva fare la spesa comprare le scarpe i libri garantire la vita dei figli e poi pensare alla sua. Perché suo marito, mio nonno, usciva presto e tornava tardi ma anche lei la sua vita ce l’aveva, ha detto: altro non ha aggiunto ma ho capito. Le mogli dei marinai di Procida mi hanno raccontato quasi con le stesse parole, tempo fa, la stessa cosa: da generazioni, nei secoli e finora, gli uomini sono partiti per mare e hanno avuto le loro vite, noi le nostre. Complete di ogni varietà.
Bisognava solo farsi bastare i soldi che portavano a casa e per il resto non chiedere, non dire. Alla straordinaria tenuta matrimoniale della generazione dei nostri nonni ha certo contribuito il fatto che non ci fosse la possibilità di divorziare, allora. Certo l’educazione patriarcale a sopportare in silenzio in cambio del titolo di coniuge ma contava anche, e molto, chi portava a casa i soldi.
Non è forse ancora così? Nelle famiglie indigenti e in quelle altoborghesi: non è forse ancora una questione di chi mantiene chi, chi paga la casa, chi ha il controllo dei conti e delle carte, chi resta con cosa se vuole andarsene. Non è questo, anche, il primo deterrente alle separazioni? Perché i desideri e i tradimenti, coi soldi o senza, sono ugualmente e universalmente diffusi. Solo che senza soldi: dove vai. (È anche per questo, tra le molte altre ragioni, che studiare e lavorare, rendersi indipendenti, èaltamente consigliata precondizione di libertà e potere, specie per le ragazze).
Ma loro sono ricchi entrambi. La famiglia reale, dico. Ricchi ciascuno di suo, chi più chi meno, dunque potenzialmente liberi. Quindi è un’altra, o altre due, le questioni che qui si pongono. La prima, più evidente, quella di cui ha parlato persino il cardinale Matteo Zuppi: sono vittime del loro stesso gioco. Se costruisci una fortuna mettendo in vendita la tua presunta favola (te stesso i tuoi figli, la tua vita quotidiana: se il tuo capitale è il tuo consenso sui social) bisogna che tu sappia governare quella favola, per falsa che sia.
Esattamente come facevano le nostre nonne senza social. È una questione di disciplina, diciamo: disciplina privazione e sacrificio, materie prime obiettivamente venute meno, nel tempo recente.
Seconda questione, davvero universale. Esistono unioni risolte, felici e realmente monogame?
Ovvero: si danno, in natura, relazioni che bastino a se stesse in cui ogni cosa si cui ciascuno abbia bisogno sia appagata dall’altro e sia così nel tempo, nei decenni, sempre e per sempre? Non posso rispondere. Cioè potrei, conosco regola e eccezioni alla regola, ho una personale statistica ma non ha valore scientifico. Chiedo dunque a voi.
Sospetto che sia questo il punto. Ci appassioniamo a una storia così tragicamente esibita perché mette in chiaro tutto quello che da sempre siamo educati a nascondere. Che non si sappia, per carità: che non si dica. Sarebbe una sciagura. In effetti. Nelle immense differenze, la semplice e triste storia dei famosissimi coniugi ci riguarda.
Perché tutte le famiglie felici si somigliano — dice un’altra serie tv che era anche un mirabile romanzo, prima — e ogni famiglia infelice è infelice a modo suo. Che intramontabile trama. Potere, ricatti, rovina. Amori desideri e denaro: la storia che tutti ci accomuna.
