mercoledì 29 Aprile 2026
Ambiente

La sesta estinzione di massa

La «Sesta Estinzione di Massa» è la storia di due Cassandre. Una si chiamava Edward O. Wilson, l’uomo che sussurrava alle formiche (sapeva tutto di loro e ha scritto interi poemi sulla loro vita straordinaria di insetti eusociali), ma che fu anche tra i primi, negli anni ottanta del secolo scorso ad Harvard, a sostenere che la distruzione degli ecosistemi da parte della specie umana stava portando alla «sesta estinzione di massa» della biodiversità, la sesta dopo le cinque ecatombi registrate nella documentazione fossile. Gli diedero del catastrofista, dissero che le statistiche erano inaccurate, ma adesso il termine «sesta estinzione» è usato nei documenti scientifici ufficiali. Del resto, nel 1992 fu proprio Wilson a diffondere presso il grande pubblico il neologismo stesso, «biodiversità», cioè la diversità della vita a tutti i livelli, dai geni agli ecosistemi. Diceva che distruggere la foresta pluviale per un guadagno economico è come bruciare un dipinto del Rinascimento per cucinare la cena.

I danni dell’homo sapiens

Calcolò il numero di specie che abbiamo sistematicamente estinto dall’invenzione dell’agricoltura in poi, arrivando a una conclusione piuttosto scomoda: in una dozzina di millenni abbiamo fatto danni equiparabili alle cinque grandi estinzioni di massa del passato, prodotte di volta in volta da impatti di asteroidi, da eruzioni vulcaniche parossistiche, dalla deriva dei continenti, da cambiamenti climatici. Insomma, da sconvolgimenti ecologici su larga scala, l’ultimo dei quali, il sesto, siamo noi. Il penultimo, avvenuto circa 66 milioni di anni fa, è il più famoso e cinematografico: un grande asteroide colpì in pieno la Terra cadendo vicino alla penisola dello Yucatán nel golfo del Messico (si chiama ancora così) e il cataclisma di incendi, gelo e tsunami che seguì spazzò via due terzi delle forme di vita, inclusi quasi tutti i dinosauri (non tutti perché tre piccole famiglie sopravvissero e divennero gli antenati degli uccelli attuali).

Wilson aggiungeva che l’ignoranza non è un alibi e che un giorno non potremo dire che non lo sapevamo. I dinosauri non capirono cosa stava succedendo e perché il cielo stava cadendo sulle loro teste, noi invece conosciamo esattamente le cause della sesta estinzione

Wilson aggiungeva che l’ignoranza non è un alibi e che un giorno non potremo dire che non lo sapevamo. I dinosauri non capirono cosa stava succedendo e perché il cielo stava cadendo sulle loro teste, noi invece conosciamo esattamente le cause della sesta estinzione. È il frutto non di un singolo comportamento distruttivo, bensì della silenziosa e micidiale convergenza di cinque fattori e delle loro interazioni non lineari: in primo luogo, la riduzione e la frammentazione degli habitat, soprattutto a causa della deforestazione (che aumenta anche il rischio di pandemie); poi la disseminazione di specie invasive, un autentico disastro per le specie endemiche; l’inquinamento chimico, agricolo e industriale; la crescita sproporzionata della popolazione umana (abbiamo passato gli otto miliardi); infine, lo sfruttamento eccessivo delle risorse biologiche attraverso caccia e pesca intensive. A questo cocktail mortale possiamo ora aggiungere gli effetti di rinforzo del riscaldamento climatico globale. Una tempesta perfetta.

 

Se le cause sono sistemiche e molteplici, sistemiche dovranno essere anche le soluzioni per porre rimedio a questa moria: eliminazione dei fattori di estinzione, salvaguardia di aree protette, restauro degli ecosistemi. Ma perché, in fondo, dovremmo preoccuparci dell’estinzione di una specie esotica di passero o di salamandra con cui non abbiamo nulla a che fare? Per un elenco di ragioni che Wilson argomentò in modo convincente, esercitando quell’«umanesimo scientifico» pragmatico ma appassionato che ha contraddistinto i suoi scritti: innanzitutto per ragioni ecologiche, connesse ai cicli di regolazione della biosfera da cui dipende anche il nostro benessere; economiche (nuovi materiali), alimentari e mediche (nuovi principi attivi); e poi per ragioni scientifiche, di conoscenza; persino estetiche ed emotive (la biofilia). E comunque, se anche non esistessero tutti questi motivi di utilità un po’ egoistici, in linea di principio dovremmo chiederci quale diritto abbiamo noi di distruggere ciò che non è nostro, ma ci è stato lasciato in prestito da tre miliardi di anni di evoluzione.

La seconda Cassandra fu Richard Leakey, il più carismatico cacciatore di fossili umani, che più di un quarto di secolo fa scrisse un libro sulle orme di Wilson: «La sesta estinzione», appunto. Alcuni anni prima, in qualità di capo del Kenya Wildlife Service, Leakey si era fatto fotografare davanti a una montagna di zanne di elefante confiscate e poi aveva dato fuoco a quelle tonnellate di prezioso avorio per scoraggiarne il traffico. Aveva anche fatto licenziare molti funzionari corrotti. Moventi più che sufficienti, da quelle parti, per rischiare la vita. Quando Leakey precipitò con il suo piccolo aereo a elica nel 1993 e gli furono amputate entrambe le gambe sotto il ginocchio, in molti sospettarono il sabotaggio.

Anche a Leakey diedero del catastrofista. Poi cominciarono ad arrivare le statistiche. Prima la rivista Nature nel 2011 e tre anni dopo Science hanno stabilito che la sesta estinzione è in effetti cominciata. Wilson e Leakey avevano predetto che entro il 2025 avremmo perso metà della biodiversità globale. Ci sono andati vicino: più di 350 specie di vertebrati terrestri si sono estinte dal Cinquecento a oggi e moltissime altre (un terzo del totale) sono in via di estinzione. Per quelle che ancora sopravvivono si assiste a un calo medio del 30% nelle popolazioni, anche negli insetti e in altri invertebrati, che si pensavano più resistenti. E l’estinzione è senza ritorno: il danno è per sempre e lo paghiamo anche noi. Dalla biodiversità dipendono infatti servizi essenziali per la nostra vita come la dispersione dei semi, la fertilità dei suoli, la decomposizione, la qualità dell’acqua e dell’aria, senza contare che tre quarti delle colture alimentari nel mondo dipendono dalla biodiversità degli insetti impollinatori.

Più di 350 specie di vertebrati terrestri si sono estinte dal Cinquecento a oggi e moltissime altre (un terzo del totale) sono in via di estinzione. Ma il fenomeno si potrebbe interrompere

Wilson e Leakey se ne sono andati tre anni fa, a pochi giorni di distanza. Negavano di essere catastrofisti e crearono modelli dai quali si evince che, se proteggessimo e restaurassimo dal 30 al 50% degli ecosistemi, la sesta estinzione di massa si interromperebbe. Si può fare. Nessuno ha detto loro che avevano ragione, il destino delle Cassandre. Si capisce. Fa male sentirsi dire che l’asteroide killer questa volta ha un nome e un cognome: Homo sapiens. Noi però adesso, a scuola, possiamo leggere i loro libri.

Per approfondire:
M. Casiraghi, 2023, Sempre più soli. Il pianeta alle soglie della sesta estinzione, Il Mulino, Bologna.
N. Eldredge, 1998, La vita in bilico, Einaudi, Torino, 2000.
R. Leakey, R. Lewin, 1996, La sesta estinzione, Bollati Boringhieri, Torino, 2015.
E.O. Wilson, 1992, La diversità della vita, BUR, Milano, 2009.