sabato 5 Settembre 2026
Ambiente

Il futuro incerto dell’Antartide a causa dei tagli alla ricerca dell’amministrazione Trump

La politica di Trump rischia di far sciogliere l’Antartide. E non solo i suoi ghiacci per effetto del riscaldamento globale: ma l’idea stessa di un territorio preservato da sfruttamento economico e militare. Il segnale più allarmante del nuovo corso di Washington è arrivato qualche settimana fa, quando la National Science Foundation, la principale agenzia scientifica Usa che finanzia la ricerca in Artide e Antartide, ha proposto un taglio di circa il 70% dei fondi stanziati per gli studi polari.

Il disimpegno scientifico degli Stati Uniti preoccupa i partner ed è seguito con interesse dai competitor che ambiscono ad avere più influenza sul continente ghiacciato, Cina e Russia in prima fila. Uno scenario che ha fatto da sfondo, nei giorni scorsi, alle Riunioni Consultive del Trattato Antartico svoltesi a Milano.

Nel meeting tra i rappresentanti dei Paesi che nel 1959 firmarono a Washington (l’Italia aderì nel 1981) un accordo per proteggere il Polo Sud, si è fatto il punto sulla sua gestione pacifica e scientifica.

Molti degli scienziati statunitensi presenti a Milano si sono detti preoccupati per le mosse dell’Amministrazione Trump. I tagli previsti alla ricerca sono la goccia che ha fatto traboccare il vaso, ma già prima i segnali erano chiari: “Gli Stati Uniti, finora il Paese con la presenza maggiore in Antartide e l’unico ad avere una base al Polo Sud geografico, stanno gradualmente riducendo le loro attività”, ha spiegato al New York Times Bill Muntean, capo della delegazione Usa alle Riunioni Consultive sul Trattato nel 2022 e 2023. “Non stanno chiudendo nessuna stazione, ma non le stanno riparando né costruendone di nuove, e hanno ridotto parte della loro capacità logistica”.

Anche se i tagli proposti alla spesa per le infrastrutture sono meno drastici rispetto a quelli per la ricerca, finirebbero comunque per ritardare gli ammodernamenti e gli ampliamenti previsti delle strutture e porterebbero alla dismissione dell’ultima nave da ricerca statunitense dedicata al continente.

“Sebbene tutti i tipi di imbarcazioni siano benvenute, purché destinate a scopi pacifici, aumentare il numero di navi militari e diminuire quello di imbarcazioni scientifiche dà l’impressione di una militarizzazione della regione, che va contro la politica e gli interessi a lungo termine degli Stati Uniti”, ha aggiunto Muntean. Che insiste sull’aspetto geopolitico: “Il disimpegno americano invia un segnale preoccupante: una minore presenza significa una minore influenza, lasciando un vuoto che altre nazioni dovranno colmare”.

Un altro veterano delle Consultazioni sul Trattato antartico, Evan Bloom, ex funzionario del Dipartimento di Stato e capo delegazione Usa dal 2006 al 2020, è ancora più esplicito: “Col tempo, se la Cina crescerà e gli Stati Uniti rimarranno fermi o ridurranno le loro capacità, questo verrà interpretato come se la Cina prendesse il nostro posto”.

L’attivismo di Pechino e Mosca alla fine del mondo ha già destato non poche preoccupazioni. Di recente un rapporto del Parlamento britannico ha evidenziato come “la tensione geopolitica e la prospettiva di potenziali riserve minerarie stanno mettendo a dura prova la pace e la tutela ambientale in Antartide”. E quindi la tenuta del Trattato.

Difficile decifrare la strategia della Casa Bianca, ammesso che ci sia. Di sicuro l’attuale Amministrazione non ritiene fondamentale per il progresso e il benessere (anche economici) degli Stati Uniti la ricerca scientifica. E lo ha dimostrato a tutte le latitudini, non solo quelle polari. Ben diverso l’interesse per le risorse minerarie. Lo stesso Trump ha minacciato di invadere la Groenlandia pur di mettere le mani sui preziosi materiali del suo sottosuolo. Il disinteresse per l’Antartide potrebbe essere dovuto all’esistenza del Trattato che, finché in vigore, ne vieta lo sfruttamento. O, chissà, a uno scambio con Cina e Russia.