sabato 5 Settembre 2026
Medioriente

Thrall: “A Gaza è pulizia etnica, ma in Israele chi scende in piazza pensa solo a ostaggi e soldati”

Fabio Tonacci

GERUSALEMME – L’obiettivo ultimo di Israele è spostare i palestinesi dalla Striscia. Netanyahu e i suoi ministri lo hanno detto, e a marzo il Gabinetto di sicurezza ha approvato un piano ad hoc. La chiamano emigrazione volontaria, in realtà è pulizia etnica. È già in corso, ma il quadro strategico per Israele cambia solo se riesce a spingerli fuori». Lo scrittore ebreo americano Nathan Thrall, 45 anni, premio Pulitzer 2024 per il libro “Un giorno nella vita di Abed Salama”, da anni risiede a Gerusalemme. E da anni osserva, annota, analizza tutto ciò che accade attorno alla Città santa, senza risparmiare critiche allo Stato ebraico.

Per i palestinesi le conseguenze saranno disastrose. Quali conseguenze affronterà Israele?

«Questa è la vera domanda da porsi. La risposta dipende dall’Europa e dagli Stati Uniti, e non pare che faranno qualcosa. L’Italia, per esempio, nell’Ue si è opposta a ogni possibile mossa contro Israele e ha detto che non eseguirà il mandato di arresto che pende su Netanyahu. Come risultato, Israele non ha segnali concreti che gli facciano temere di dover pagare un prezzo troppo alto».

Le proteste a Tel Aviv, 400 mila persone in piazza, possono fermare Netanyahu?

«Molto poco probabile. Prima del 7 Ottobre ci sono state manifestazioni oceaniche contro la cosiddetta riforma della giustizia, eppure il governo non ha mai rischiato di cadere. Inoltre, ho l’impressione che le opinioni pubbliche occidentali fraintendano la natura delle recenti proteste».

In che senso?

«Gli israeliani non si stanno ribellando alle uccisioni dei civili a Gaza. C’è una minoranza che manifesta per fermare le sofferenze dei gazawi, ma la maggioranza ha una sola richiesta: il rilascio degli ostaggi. Molti, inclusi opinionisti di centrosinistra e i leader dell’opposizione, dicono al governo “fate l’accordo, salvate gli ostaggi a qualunque prezzo, poi avrete l’opportunità di distruggere Hamas”. In sostanza, una chiamata all’inganno di Hamas e di chiunque stia negoziando a Doha. Nelle ultime settimane, anche la stanchezza per la guerra ha spinto le masse a protestare».

Come si spiega la mancanza di empatia?

«I media israeliani si autocensurano e non mostrano quel che accade a Gaza».

Però ci sono molte fonti aperte accessibili dove trovare informazioni affidabili, la Cnn si vede anche qui.

«Infatti, l’informazione è solo uno dei fattori. Vede, per decenni gli israeliani hanno soggiogato e disumanizzato i palestinesi. Si sono abituati a trattarli come esseri inferiori e a imporre loro condizioni inaccettabili. È una caratteristica comune, in un popolo che commette crimini contro l’umanità, percepirsi come le vittime che stanno solo cercando di difendersi da minacce esterne».

Il 7 Ottobre la minaccia è divenuta realtà.

«L’assenza di empatia è cominciata molto prima».

Quando?

«Precede la fondazione dello Stato, basta leggere cosa scrivevano Ben Gurion e Jabotinsky. Entrambi, politicamente diversi, erano consapevoli che i palestinesi stavano combattendo per la propria terra, quindi l’unico modo di creare Israele era con la forza. Una volta che hai deciso di imporre la tua volontà con la forza su una minoranza di nativi, sai che stai commettendo un’ingiustizia, e per giustificarla a te stesso finisci per disumanizzare le vittime».

Mentre parliamo, è stato approvato il piano di insediamento E1 in Cisgiordania, che insiste anche sul territorio di Anata, dove lei ha ambientato il suo libro.

«Un’enorme appropriazione di terra. Serve a Israele per consolidare il controllo dell’area della Grande Gerusalemme che, come scrivo nel libro, è la priorità sin dall’inizio dell’occupazione».

Viene definito l’ultimo chiodo sulla bara della soluzione due Stati due popoli. Cosa ne pensa?

«Coloro che oggi parlano della fine di questa soluzione, domani troveranno un altro ultimo chiodo, e così che si permette alla colonizzazione di continuare».

Vede leader israeliani in grado di cambiare le cose?

«No. La scorsa estate la Knesset ha approvato a maggioranza una mozione contro l’esistenza dello Stato palestinese, votata anche dall’opposizione. Il presidente Herzog, ex leader dei laburisti, ha definito le colonie “un’impresa gloriosa e vitale”. Ci diciamo spesso che il problema è Netanyahu e la sua coalizione di estremisti, e che senza di loro le cose andrebbero meglio, poi però i sondaggi mostrano che il 79 per cento degli ebrei israeliani non è disturbato dalla fame a Gaza. È sorprendente quanto corta sia la nostra memoria: due anni e mezzo fa avevamo un governo guidato dal centrista Lapid e da Bennet, e le politiche nei confronti dei palestinesi non erano diverse. Hanno costruito persino più insediamenti dei predecessori. La convinzione dei progressisti europei che il problema sia la destra israeliana è una bugia che è conveniente dirsi per non emettere sanzioni e continuare a sostenere il genocidio».

Quando ha cominciato a definire quello di Gaza genocidio?

«Quando è diventato inconfutabile che Israele cerca di distruggere non solo Hamas ma tutta la Striscia».

Ha letto l’intervista di David Grossman a Repubblica?

«Sì, è una buona cosa che sia arrivato a parlare di genocidio, ha aperto la porta ad altri che ne hanno seguito l’esempio. Due concetti dell’intervista, però, non mi sono piaciuti».

Quali?

«Quando afferma che se i palestinesi avessero fatto altre scelte, trasformando Gaza in un luogo fiorente, forse avrebbero spinto Israele a cedere la Cisgiordania. Non ha senso. In Cisgiordania dal 2005 Abu Mazen sta facendo tutto quello che Israele vuole eppure gli insediamenti aumentano e nell’area C i palestinesi vengono cacciati».

E il secondo passaggio?

«Quando sostiene, come fanno i sionisti liberali, che la maledizione di Israele è iniziata nel 1967 con l’occupazione dei Territori. Ma lo Stato di Israele è nato da un atto di pulizia etnica e nei primi 18 anni di vita la minoranza palestinese rimasta qui era sottoposta a un governo militare, al coprifuoco e a restrizioni di movimento. Non era una democrazia».

Lei è ipercritico nei confronti di Israele e della società israeliana, eppure continua a vivere a Gerusalemme. Non sarebbe più coerente trasferirsi altrove?

«Sarebbe più facile. È frustrante essere circondato da gente che sostiene l’apartheid e il genocidio. Però questo è il mio lavoro, questa è la causa a cui ho scelto di votarmi per fare, un po’, la differenza. Ci riesco meglio da qui, vedendo le cose con i miei occhi».