L’Iran invisibile
C’è un Iran che non arriva fino a noi, un Iran che resta fuori dall’inquadratura, fuori dai titoli, fuori da quel flusso continuo di immagini che rassicurano più di quanto informino, ed è l’Iran del blackout, delle connessioni interrotte, delle voci che non riescono a superare i muri delle carceri, dei messaggi che si bloccano prima di essere letti, ed è proprio in questa assenza costruita che si consuma la più grande manipolazione, perché ciò che non si vede smette di esistere anche nel dibattito, anche nelle coscienze.
Noi continuiamo a vedere solo una porzione del paese, quella più funzionale alla narrazione dominante, quella dei sostenitori del regime, che si stimano tra i dieci e i quindici milioni, secondo i dati elettorali, ma che diventano improvvisamente sproporzionati se messi accanto alla realtà demografica di oltre novantadue milioni di persone, perché a quel punto la domanda è dove siano tutti gli altri, dove sia finita quella maggioranza che non scende in piazza perché non può, che non parla perché può costare la vita.
Quella maggioranza è resa invisibile e questa invisibilità la rende politicamente irrilevante, perché non compare nei tavoli negoziali, non entra nei comunicati, non viene rappresentata nelle immagini, e così si consolida una distorsione in cui una minoranza visibile diventa il volto di un intero paese, mentre la maggioranza reale viene espulsa dal campo del rappresentabile.
Il risultato è una solitudine che non è più solo interna ma strutturalmente internazionale, perché ciò che preme non è comprendere la società iraniana ma riaprire il collo economico del mondo, ristabilire equilibri, garantire flussi, e in questo processo la libertà degli iraniani diventa una variabile sacrificabile, un elemento che può essere temporaneamente sospeso in nome di una stabilità più ampia.
La guerra ha aggravato le condizioni degli iraniani rafforzando il regime permettendogli di imporre i propri “punti”, che non includono la libertà di espressione, non contemplano l’opposizione civile, e ciò che viene presentato come un cessate il fuoco è una pausa tattica, un’apnea collettiva in cui un’intera popolazione resta in attesa senza sapere cosa accadrà sopra le proprie teste e sotto i propri piedi. In questa sospensione si consuma uno scambio, da una parte il benessere economico globale, dall’altra la libertà di un popolo che da quarantasette anni continua a lottare per diritti che altrove vengono dati per acquisiti, e la brutalità sta nella sua normalizzazione.
E mentre la dimensione macro si impone su quella umana, ci sono corpi e nomi che esistono: Nasrin Sotoudeh, Narges Mohammadi, Abolfazl Salehi Siavashani, e con loro una moltitudine di prigionieri politici anche minorenni le cui vite restano sospese. Stiamo assistendo a una rimozione sistematica della gerarchia di valori in cui alcune vite possono essere messe in pausa e accettarlo legittima un ordine in cui la libertà è negoziabile.
Per produrre una frattura reale la mobilitazione è necessaria nel riportare le richieste di quella maggioranza, nel pretendere che non esistano negoziati senza diritti, che non esistano accordi che ignorino chi paga il prezzo più alto. Perché se il blackout è la strategia, allora la visibilità diventa resistenza.
Il mio Iran è una tensione continua tra ciò che esiste e ciò che viene negato, ed è il respiro corto di una generazione che vive con la consapevolezza che il proprio futuro è strutturalmente ostacolato, proprio mentre Stati Uniti, Israele e il regime iraniano occupano le prime pagine, saturano lo spazio mediatico e impongono il ritmo della narrazione globale, è la cancellazione di una popolazione schiacciata simultaneamente da una guerra esterna e da una repressione interna.
Il canto dell’usignolo, se arriverà, dipenderà dalla pressione collettiva per impedire che quelle voci vengano soffocate. Questa volta l’alba dipenderà da quanto siamo disposti a renderci scomodi e insistenti, perché trattenere il respiro mentre altri soffocano è disumanità.
Pegah Moshir Pour
