sabato 5 Settembre 2026
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Quando l’informazione diventa un nemico

Il primo ministro israeliano Benjamin Netanyahu ha definito la guerra dell’informazione un «ottavo fronte», accanto a quelli aperti a Gaza, in Libano, in Iran, in Siria, in Yemen, in Cisgiordania e in Iraq. È una definizione che dice molto del modo in cui il governo israeliano guarda oggi all’informazione indipendente: non più soltanto come a uno strumento per raccontare la guerra, ma come a un terreno dello scontro.
Il problema è che, quando l’informazione diventa un fronte di guerra, anche chi la produce rischia di diventare un bersaglio.
Dal 7 ottobre 2023, secondo il Committee to Protect Journalists, almeno 209 giornalisti e operatori dei media sono stati uccisi da Israele a Gaza e nei centri di detenzione israeliani. Il CPJ definisce quella in corso la guerra più letale mai documentata per la stampa. L’organizzazione ha inoltre identificato almeno 32 giornalisti palestinesi che ritiene siano stati deliberatamente presi di mira per il loro lavoro.

Non si tratta soltanto dei numeri, ma delle circostanze nelle quali alcuni di questi giornalisti sono stati uccisi.
Il 25 agosto 2025 un attacco israeliano colpì l’ospedale Nasser di Khan Yunis. La prima esplosione uccise il cameraman di Reuters Hussam al-Masri, che stava lavorando a una trasmissione in diretta dall’ospedale. Pochi minuti dopo un secondo attacco colpì le persone accorse sul luogo dell’esplosione, tra cui altri giornalisti e operatori sanitari. Alla fine furono uccise almeno 20 persone, compresi cinque giornalisti. L’esercito israeliano ha confermato l’attacco e ha aperto un’inchiesta, negando tuttavia di aver preso di mira i giornalisti.
A un anno di distanza, Reuters e Associated Press hanno denunciato l’assenza di una spiegazione completa e di un’adeguata assunzione di responsabilità. L’inchiesta israeliana, dunque, resta ancora senza un esito pubblico capace di chiarire definitivamente quanto accaduto.

I giornalisti non sono, naturalmente, le sole vittime di questa guerra. Decine di migliaia di palestinesi sono stati uccisi, mentre Gaza è stata devastata e oltre due milioni di persone sono state costrette a vivere per mesi in condizioni umanitarie drammatiche. Il personale sanitario, gli operatori umanitari, le donne e i bambini hanno pagato un prezzo enorme.
Ma proprio per questo il lavoro dei giornalisti è fondamentale.
Perché in una guerra nella quale la distruzione è di dimensioni difficili persino da raccontare, impedire che le immagini arrivino al mondo significa rendere più difficile conoscere ciò che accade. E quando a essere colpiti sono proprio coloro che documentano la realtà, il rischio è che la devastazione diventi invisibile.

A questa pressione si aggiunge il divieto imposto ai giornalisti internazionali di entrare autonomamente nella Striscia di Gaza. Dal 7 ottobre 2023 Israele ha impedito l’accesso indipendente dei corrispondenti stranieri, costringendo gran parte dell’informazione internazionale a dipendere dal lavoro dei giornalisti palestinesi presenti sul territorio. Il CPJ ha più volte chiesto a Israele di porre fine a questo divieto.
È una situazione che dovrebbe preoccupare chiunque consideri la libertà di stampa una componente essenziale di una società democratica.