giovedì 30 Aprile 2026
Sanità/Salute

«Farmaci monoclonali, ci stiamo già muovendo»

Il primario Frausini di Marche Nord: «Presentato ad Aifa uno studio sperimentale per l’impiego degli anticorpi in pazienti non ospedalizzati»

di Benedetta Iacomucci Durante la prima ondata l’azienda ospedaliera Marche Nord fu la prima nelle Marche a impiegare il siero iperimmune. Oggi tenta di stabilire un altro primato con gli anticorpi monoclonali, nuova speranza nella lotta al covid. A darne notizia è il dottor Gabriele Frausini, primario di Medicina interna, ora riconvertita in terapia subintensiva. «Stiamo presentando ad Aifa un protocollo di studio sperimentale per l’impiego di anticorpi monoclonali in pazienti non ospedalizzati seguendoli poi con la telemedicina». Quali sono i vantaggi degli anticorpi monoclonali? «Sono farmaci in via di sperimentazione che mettono a disposizione dell’organismo infettato una grande quantità di anticorpi già preconfezionati contro quella proteina “spike” che è il tramite del virus per penetrare nelle cellule. Recenti studi hanno dimostrato che si riduce del 70% l’ospedalizzazione di pazienti con malattia non severa. Il problema è che debbono essere somministrati entro 7 giorni dall’inizio dei sintomi e soprattutto via flebo, ma sono una grande speranza per la terapia precoce ambulatoriale». A proposito, c’è chi punta il dito contro quella che viene ritenuta una errata tendenza all’ospedalizzazione. Come stanno le cose? «L’ospedalizzazione è sbagliata quando non serve, cioè nella stragrande maggioranza dei casi, e le Usca fanno un lavoro straordinario, ma quando un paziente respira male e desatura o ha febbre per troppo tempo è bene che acceda al Pronto soccorso. Avremmo bisogno in tal senso di farmaci da impiegare in pazienti non ricoverati ma attualmente Aifa prevede ben poco: paracetamolo, anti infiammatori e solo in alcuni casi eparina. Ecco perché potrebbero essere straordinariamente importanti gli anticorpi monoclonali». Tutti gli indicatori mostrano un miglioramento nell’evoluzione della pandemia, è così anche nei reparti? «La pressione sul Pronto soccorso e quindi sui reparti Covid negli ultimi giorni si è attenuata e non abbiamo avuto i grandi numeri delle scorse settimane». Che pazienti ha in reparto? «Sono prevalentemente anziani pluripatologici (bronchitici cronici, cardiopatici, diabetici…) ma anche pazienti giovani senza patologia pregressa che spesso ci preoccupano perché sono loro che a volte si complicano improvvisamente con quadri respiratori anche drammatici». La durata media dei ricoveri? «Il ricovero ha una durata variabile che va dai 5-6 giorni per i pazienti giovani che rispondono bene a una terapia antivirale, per arrivare a degenze anche molto più lunghe, specie nei pazienti anziani pluripatologici, in cui il virus rompe quei precari equilibri raggiunti: il cuore si scompensa, il rene peggiora, si sviluppano polmoniti batteriche, il diabete peggiora e la degenza si allunga. Allora serve una dimissione protetta in strutture territoriali o, per i meno fortunati, in Rianimazione». Lei si è sottoposto al vaccino senza accusare sintomi. Cosa che invece starebbe capitando a diversi sanitari anche a distanza di qualche giorno. «Personalmente, al di là di un lieve fastidio nella spalla non ho avvertito niente, ma era ampiamente prevista la possibilità d’insorgenza di alcuni effetti collaterali in termini di febbre, cefalea e mialgie, specie dopo la seconda somministrazione. Sono effetti temporanei e benigni». Molti hanno la percezione che il virus della seconda ondata sia meno aggressivo della prima. E’ così? «Considerando il numero di infettati e ricoverati non mi sembra. Quello che è cambiato è che ci siamo fatti trovare pronti in termini di risorse farmacologiche e di organizzazione con letti di subintensiva e rianimazione».