giovedì 30 Aprile 2026
Varie

Le parole fanno paura nell’Italia delle querele

Il fatto è questo. E comincia nello scorso marzo. Massimo Arcangeli, professore di Linguistica italiana all’Università di Cagliari scrive un tweet, sul suo profilo privato, in cui commenta la correttezza grammaticale di un tweet del ministro Giuseppe Valditara. Il tweet del ministro era stato invece criticato da Nicola Lagioia, scrittore, durante la trasmissione televisivaChesarà… di Serena Bortone su Rai3, per lo stile «scritto a mio parere molto male sulla limitazione degli stranieri nelle classi italiane». Il ministro, nella querela, sporta e successivamente ritirata all’indirizzo di Lagioia, utilizza, tra altre fonti a proprio favore, il tweet di Arcangeli. Arcangeli, in una intervista rilasciata ieri a Raffaella De Santis, sulle pagine di questo giornale, chiede a Valditara una rettifica pubblica, altrimenti, dichiara, procederà per vie legali. Questo è, grossolanamente, il fatto che mi porta a due considerazioni.

La prima è la prassi di questo governo a procedere per vie legali, civili o penali, nei confronti di scrittori e intellettuali. Penso, prima di tutti, a Roberto Saviano, scrittore e giornalista, decine di querele, penso a Giulio Cavalli, scrittore e giornalista, penso a Christian Raimo, scrittore, giornalista e docente nella scuola pubblica sospeso dall’insegnamento per una controversia col ministro Valditara, penso alle persone, giorna-listi, intellettuali, insegnanti, i cui nomi non conosco, che sono stati querelati da esponenti del governo per aver utilizzato, secondo loro, toni non appropriati. Un governo che querela le voci critiche è un governo debole, perché l’intimidazione non è una categoria della dialettica politica di un paese democratico.

La seconda considerazione riguarda l’acqua nella quale nuotiamo – l’acqua che siamo – e che, mi pare, indica che noi, il paese, abbiamo scelto di vivere con un arbitro che ci dica, se siamo all’interno dei confini istituzionali o no, se possiamo fare qualcosa o no. Un arbitro che, alla bisogna, su richiesta, quando decidiamo che non è possibile discutere, tiri fuori un cartellino giallo o un cartellino rosso, decida se il fuori è mio o è tuo, se c’è stato fuorigioco oppure no, se non c’è bisogno del cartellino ma è stato comunque commesso un fallo e dunque fischio e calcio di punizione. Mi si perdoni la metafora calcistica, anche perché il calcio è un gioco che mi piace guardare mentre ciò di cui sto scrivendo non mi piace affatto.

I nostri arbitri sono le querele e ledenunce. Vale tra intellettuali e ministri e vale, giorno per giorno, nella vita di tutti, nessuno è esente dal pensare di querelare o denunciare qualcuno per qualcosa. Nel palazzo di fianco al mio, a Roma, l’uomo che vive al primo piano ha denunciato la signora al secondo piano, che ha il pollice verde, perché l’acqua con cui innaffia le piante cola sui davanzali e li lascia pieni di terriccio e foglie. Una donna a Milano, mentre parcheggiavo una macchina a noleggio sulle strisce blu, ha minacciato di chiamare i vigili urbani perché la ruota posteriore della macchina sbordava di quindici centimetri dalla striscia, nonostante la macchina non occludesse alcun passo né pedonale né carrabile. Impossibile, inutile, nocivo, faticoso parlare, accordarsi, conciliare. Querela e denuncia creano automaticamente due schieramenti, chi ha torto e chi ha ragione. Querela e denuncia, nonostante la loro dimensione squisitamente giuridica, chiamano i tribunali del popolo senza corpo dei social media. Il tribunale prima del tribunale. La gogna social nasce da una idea fraintesa di giustizia e confine legale. Si potrebbe risalire alle cause dell’avvento di questi arbitri. A quasi tutti piace aver ragione più che trovare una soluzione. Quasi nessuno riesce a chiedere scusa perché le scuse non sono identitarie e l’identità è l’unica cosa che ci rassicura, specialmente quando è identità di gruppo. Si potrebbe pensare all’unico concetto matematico che frequentiamo, l’insiemistica, R per l’insieme della Ragione, T per l’insieme del Torto e l’abitudine a pensare che questi insiemi abbiano intersezione nulla – o hai torto o hai ragione, o sei verde o sei viola, o sei dentro la striscia o fuori la striscia, o critichi il potere o sei col potere, e così via – si potrebbe fare un ragionamento statistico a partire dal fatto che mandiamo messaggi vocali più volentieri di telefonare, ci diciamo per non disturbare ma, in parte, è che non vogliamo contraddittorio, e, più semplicemente, non vogliamo essere interrotti, l’altro ci è quasi sempre nemico. Non solo lo straniero, proprio l’altro da noi. Per quest’ultima ipotesi – l’altro da noi – io penso che le ragioni della pervasività nel discorso pubblico e privato (grande tema, enorme, gigante, sono distinti o non più?) vengano dalla diffidenza e dalla paura delle parole.

Se le nostre parole ci ingannano, ci tradiscono, ci espongono a critiche, meglio parole ritenute neutre, le parole dell’arbitro. Se l’arbitro decide che qualcosa si può dire o fare, non dobbiamo pensarci noi. Preferiamo il samsara di colpa-punizione a una discussione nella quale dobbiamo lasciare qualcosa che determina la nostra identità.

La nostra etica, la nostra capacità di dialogo si addomesticano perché non dobbiamo più esercitarle. Non ci servono più, diventano vestigiali. La nostra capacità politica di discutere non per avere ragione ma per trovare una soluzione, scendendo a compromessi e accettando le contraddizioni, si perde. È così che comincia a finire il sentimento della democrazia.