Condannati all’ergastolo i boss Graviano e Filippone: c’era anche la ‘ndrangheta dietro le stragi
La sentenza arriva al termine del nuovo processo d’appello, ordinato dalla Cassazione dopo l’annullamento delle precedenti condanne. Sono loro i mandanti dei tre attentati contro i carabinieri
La ‘ndrangheta ha partecipato alla strategia della tensione che ha insanguinato l’Italia negli anni Novanta e i boss Graviano e Filippone sono i mandanti degli attentati calabresi che hanno sigillato il patto fra le famiglie palermitane e le ndrine calabresi. Dopo il rinvio a un nuovo processo deciso dalla Cassazione, che aveva annullato le condanne rimediate nei due precedenti gradi di giudizio, sono stati nuovamente puniti con l’ergastolo il boss palermitano Giuseppe Graviano e il mammasantissima calabrese Rocco Santo Filippone. Sono stati loro, ha stabilito la Corte d’Assise d’appello di Reggio Calabria, i mandanti dei tre attentati contro i carabinieri, che tra il dicembre ‘93 e il febbraio ‘94 sono costati la vita ai brigadieri Fava e Garofalo e gravi ferite ad altri quattro militari, con cui la ‘ndrangheta ha firmato la propria partecipazione alla trattativa Stato–mafia.
La decisione di due intere mafie
Quella scia di sangue – ha stabilito l’inchiesta coordinata dal procuratore Giuseppe Lombardo e hanno confermato i processi – non è stata però decisione di due singoli boss, ma di due organizzazioni criminali determinate a condizionare l’evoluzione politica, economica, sociale e democratica dell’Italia. Graviano, “madre natura” come lo si sentiva definire da picciotti e luogotenenti intercettati, era espressione del direttorio che governava Cosa Nostra. Filippone invece era l’uomo dei Piromalli, storico casato di ‘ndrangheta, delegato a rappresentare il “coso di sette”, l’organismo di vertice dei clan calabresi, che per tutti, in tutto il mondo decide.
È questa la grande rivoluzione della sentenza che riscrive un pezzo di storia d’Italia. La Cassazione aveva riconosciuto e confermato la partecipazione delle ‘ndrine alla strategia della tensione, tuttavia non riteneva “sufficientemente dimostrata” la responsabilità di Graviano e Filippone. Ma per la Corte d’Assise d’Appello dubbi non ce ne sono, i responsabili sono loro ed erano i volti di due intere organizzazioni.
Per partecipare alle stragi la ‘ndrangheta ha votato
Per partecipare a un progetto che si sapeva eversivo – e non semplicemente limitato alla libertà per i boss o l’abolizione del 41bis, come in precedenza teorizzato – la ‘ndrangheta ha anche votato. Lo racconta in modo cristallino una conversazione intercettata il 17 gennaio 2021, fra Francesco Adornato, storico esponente dei Piromalli e Giuseppe Ferraro, uno degli operativi di fiducia della cosca. “Pino e compagnia bella – li si sente dire – li hanno messi all’epoca nella commissione per le stragi di stato insieme a Testuni”. Il Pino in questione non è un picciotto qualunque, né uno che nel mondo dei clan abbia bisogno di presentazioni. Si tratta di Pino “Facciazza” Piromalli, il più importante esponente del suo casato, che per sangue, tradizione, ruolo e peso, è al vertice dei clan di tutto il mandamento tirrenico, uno dei tre in cui la ‘ndrangheta mondiale è divisa. “Testuni” è Nino Pesce, all’epoca uno dei più importanti esponenti della famiglia che da sempre orbita attorno al clan Piromalli. E di Facciazza è l’avatar.
La strategia delle ‘ndrine
I grandi boss calabresi di rado presenziano alle riunioni. Troppo pericolose, troppe volte in passato sono state interrotte da blitz e arresti. A parlare Facciazza manda Testuni e per il mandamento tirrenico – che va dalla piana di Gioia Tauro al vibonese – è lui che decide, con buona pace della contrarietà dei Mancuso, clan potente ma sempre subordinato allo storico casato dei Piromalli. L’allora capo dei vibonesi, Luigi Mancuso, non era convinto, diceva “perché ci dobbiamo imbrattare” e “con questi ambienti dobbiamo trattare”. Ma anche lui – dice Adornato in quella conversazione diventata prova regina – alla fine si è adeguato. “Dice noi dobbiamo dare ascolto ai siciliani”.
La strategia eversiva per continuare a condizionare il Paese
È la sintesi di quello che la monumentale inchiesta Ndrangheta stragista ha raccontato con almeno una ventina di faldoni di atti, interrogatori, informative, note, dichiarazioni di collaboratori. Ma è anche il nuovo capitolo di una storia d’Italia tutta ancora da scrivere, o meglio riscrivere. Francesco Adornato parla di “commissione per le stragi di Stato”. E nel mondo della ‘ndrangheta le parole non si usano mai per caso. Secondo quanto ricostruito dalla lunga indagine del procuratore Lombardo, in quella stagione le mafie – e probabilmente non solo – hanno giocato una partita molto più complessa delle semplici misure carcerarie.
Per non perdere le quote di potere da indispensabile “esercito ombra” buono per i lavori e gli affari sporchi o ibridi, acquisite all’ombra del sistema di equilibri contrapposti che si reggeva sul muro di Berlino a livello internazionale e della democrazia bloccata a livello nazionale, era necessario forgiare nuovi interlocutori politici affidabili, cambiare tutto – nomi, sigle di partito – per non cambiare nulla. Le mafie e altri gruppi di potere lo sapevano. E hanno giocato la carta dell’eversione e della confusione.
La soluzione Forza Italia
Le bombe tra i monumenti e nelle città d’arte, gli attentati contro i carabinieri, il fallito “botto” all’Olimpico, tutti fatti di sangue scioccanti per l’opinione pubblica, lontani da Sicilia e Calabria, non immediatamente riconducibili alle mafie. Ma incredibilmente chiari per i veri interlocutori. “Ora ci dicono loro di ammazzare un Ministro prima di fare il colpo di stato”, racconta in quella stessa preziosissima intercettazione Adornato, ricordando quella stagione. Non c’è stato bisogno di arrivare a tanto. “Dietro le bombe – è l’atto d’accusa al centro di ‘Ndrangheta stragista – c’era un progetto politico che ha portato a Forza Italia“. E le sentenze, incluso quest’ultima, lo confermano.
