Emergenza clima, quante scuse per non parlarne
Il riscaldamento globale interessa solo quando fa caldo. Ora, sembra che nei prossimi giorni le temperature medie in Italia e in gran parte dell’Europa diminuiranno. Certo, rimarranno sempre ben sopra la media del mese di agosto, ma non saranno più le stesse di quell’altoforno in cui abbiamo vissute, con piccole pause, da fine maggio. Urge, quindi, che se c’è qualcosa ancora da dire riguardo al caldo e all’inferno in cui siamo precipitati, la si scriva oggi, che dalla prossima settimana l’argomento potrebbe non interessare più nessuno. E di cose da dire ce ne sono ancora moltissime — anche limitandosi a citare le sole manifestazioni più abnormi — riguardo a un problema che interessa ogni singola manifestazione della vita del pianeta. Non possiamo, ad esempio, non ricordare, ancora una volta, che secondo il programma Copernicus dell’Ue e l’Organizzazione meteorologica mondiale (Omm), le temperature annuali della superficie del mare in Europa hanno raggiunto i livelli più alti mai registrati, mentre la copertura nevosa è diminuita del 31% e la massa nevosa del 45% rispetto alla media degli ultimi decenni. Non possiamo non ricordare che dalla metà degli anni ’90 la temperatura media in Europa è aumentata di 0,56 °C per decennio, un ritmo molto più rapido di qualsiasi altro continente del pianeta, e che le conseguenze di questi numeri siano inimmaginabili. Non possiamo non ricordare che è incomprensibile come a fronte di una catastrofe che sta cambiando la storia della nostra specie, la politica rimanga nel più imbarazzante silenzio. Come se ogni parola spesa anche soltanto per commentare l’inaudita cronaca di quanto accade, possa in qualche maniera essere considerata un’ammissione di colpa. Meglio non dire nulla e lasciare che l’inverno raffreddi. E intanto per il caldo le persone muoiono, tante e in tutta Europa. Quante? In Italia non abbiamo ancora stime attendibili, ma in Gran Bretagna ci dice l’Imperial College di Londra che l’ondata di calore che ha colpito l’Inghilterra e il Galles a giugno ha causato circa 440 morti al giorno durante il suo picco di tre giorni. E questo è quanto per la cronaca locale della recente ondata di calore che ha colpito il nostro continente.
Ma è allargando lo sguardo al resto del pianeta e cercando di prevedere cosa accadrà nei prossimi decenni che il riscaldamento globale mostra i suoi lati più aspri. Nei prossimi anni, infatti, le temperature estreme e la siccità non permetteranno a una buona fetta di pianeta di essere abitabile. Non c’è una maniera più carina per dirlo: secondo la maggior parte dei modelli, una percentuale significativa di pianeta non sarà più abitabile, perché troppo caldo, nei prossimi 30-50 anni. Non si tratta dell’ennesima profezia apocalittica, ma di seri studi, il cui numero ormai si moltiplica. Anche la nostra specie, infatti, come ogni specie, ha dei limiti ambientali all’interno dei quali può sopravvivere. Nonostante i nostri progressi tecnologici, questi limiti continuano a esistere e non possono essere superati. Fra questi, l’intervallo di temperatura nel quale è possibile la nostra sopravvivenza, è decisivo. Per millenni l’uomo ha potuto godere di una temperatura media annuale compresa fra circa 11 e 15 °C. All’interno di questa temperatura media, non solo noi esseri umani, ma anche le nostre colture e gli animali che alleviamo si trovano in uno stato ottimale per la crescita e lo sviluppo. Questa nicchia di temperatura all’interno della quale l’umanità ha vissuto agevolmente per migliaia di anni senza che vi fosse mai alcuna variazione significativa è definitivamente scomparsa. Studi recenti dimostrano che con uno scenario di riscaldamento globale invariato (si intende, se continuiamo a non fare nulla), nei prossimi pochi decenni si assisterà a un riscaldamento tale per cui aree che oggi ospitano all’incirca un terzo della popolazione mondiale sperimenteranno temperature medie annuali superiori a 29 °C. Si tratta di valori di temperatura al momento presenti solo nello 0,8% della superficie terrestre e concentrati principalmente nel Sahara. A queste temperature, oltre a essere impossibile condurre alcuna attività agricola o di allevamento del bestiame, è spesso impossibile sopravvivere; letteralmente. Poiché le regioni più colpite saranno inevitabilmente le più povere del mondo, ossia quelle in cui la capacità di adattamento è bassa, possiamo ragionevolmente attenderci che grandi masse migratorie provenienti da queste aree del pianeta si sposteranno verso settentrione. Detta così sembra una semplice enunciazione di fatti che avverranno, con ordine, in un prossimo futuro. In realtà si tratterà di eventi difficili anche soltanto da immaginare. L’intero mondo ricco sta chiudendo i propri confini anche ai ridicoli numeri odierni di migranti. Cosa accadrà quando miliardi di persone si muoveranno per sopravvivere? In un mondo non dico ideale, ma anche soltanto vagamente razionale, dovremmo fin d’ora organizzarci per gestire questi eventi. Spero sempre che alla fine dimostreremo di essere una specie intelligente, perché questo sarà il secolo in cui per sopravvivere al riscaldamento globale assisteremo a migrazioni e rimescolamenti della popolazione umana di dimensioni mai viste prime. E sarebbe meglio pensarci per tempo.
