Allarme caldo, le prossime estati saranno sempre peggio. Si può ancora invertire la rotta?
Le prossime estati ci faranno rimpiangere quella del 2026 quanto a temperature record? E siamo ancora in tempo per fare qualcosa?
“Quando si parla di clima ci si esprime in termini statistici e non è possibile fare previsioni deterministiche”, risponde Antonio Navarra, presidente del Centro euromediterraneo sui cambiamenti climatici. “Fatta questa premessa, non possiamo dire se la prossima estate sarà più calda o più fresca della attuale, ma se perdiamo i prossimi 20 anni la probabilità di avere estati come quella 2026 è più alta di 20 anni fa. Il che non vuol dire che non ci potranno essere estati più fredde del solito”.
Ma la tendenza sarà comunque un innalzamento delle temperature?
“Sì, ed è la naturale conseguenza dell’aumento dei gas a effetto serra in atmosfera. È come un bambino che salta su un tappeto elastico: a ogni salto arriva un po’ più su o un po’ più giù di una certa altezza media. Ma se si tende di più il tappeto, tutti i salti arriveranno più in alto, anche se continueranno a non essere tutti uguali. Ecco, aumentando la concentrazione di gas serra è come se avessimo aumentato la tensione del tappeto elastico del Pianeta”.
E se oggi stesso smettessimo di emettere CO2 e altri gas climalteranti, torneremmo a saltare più in basso? La temperatura media della Terra scenderebbe?
“Purtroppo no. Quando si rilascia anidride carbonica la temperatura non si innalza istantaneamente, ci mette circa 15 anni. Quindi in realtà l’effetto della CO2 che è già nell’atmosfera non è ancora completamente dispiegato. E poi non è così facile fermare le emissioni, perché occorre essere tutti d’accordo, e soprattutto i blocchi che producono più gas serra: Stati Uniti, Cina, Europa…”.
Ma se gli effetti si vedranno solo tra 10-15 anni e se gli accordi internazionali sono così difficili da raggiungere, ha senso allora, per un singolo Paese, impegnarsi per ridurre e infine azzerare le emissioni. Ha ragione chi non fa nulla?
“La questione del clima è una faccenda di lunga durata, che sopravviverà a molteplici cicli politici, alcuni favorevoli e altri avversi. Però il punto fondamentale è continuare a tenere le mani sul timone, continuare a sforzarsi di abbattere le emissioni. Perché questo ha anche risultati collaterali, sia economici che di autonomia energetica, riducendo per esempio la dipendenza da fornitori esteri di energia”.
E se invece lasciassimo le cose come stanno?
“Il treno del riscaldamento globale continuerà ad accelerare e sarà sempre più difficile fermarlo. Azionando oggi il freno d’emergenza lo arresteremmo in 10 anni, se lo faremo tra vent’anni ce ne potremmo mettere 15. Senza contare che la temperatura media del Pianeta continuerà a salire con effetti sempre più gravi a livello locale”.
A proposito di effetti, se la mitigazione (il taglio delle emissioni di CO2) è difficile, si potrebbe almeno puntare decisamente sull’adattamento per limitare i danni.
“Esatto: si può perseguire la seconda strategia di risposta che è quella dell’adattamento. Abbiamo ormai strumenti conoscitivi, scientifici, tecnologici, istituzionali e organizzativi che ci permettono di sapere quali possono essere gli effetti dei cambiamenti climatici e come ridurne l’impatto. Inoltre rispetto alla mitigazione, che è lontana nello spazio e nel tempo per i suoi effetti a lungo termine, l’adattamento è più vicino alle persone e alle comunità e quindi politicamente più praticabile. Se una regione o una città si adattano, per esempio per prevenire l’innalzamento del mare, mentre quella vicina non si adatta, quando si verifica un evento estremo, le conseguenze cadranno sulla comunità che non si è adattata. E le responsabilità saranno degli amministratori, non è che si potrà dare la colpa ai negoziati internazionali sul clima”.
E i singoli individui cosa possono fare per sperare in estati future che non ci facciano rimpiangere questa?
“Ci sono molti comportamenti che dobbiamo cambiare. Però è ormai chiaro che la parola chiave non è ‘convinzione’ ma ‘convenienza’. Dobbiamo parlare a tutti, anche a quelli che hanno un’altra visione del mondo e che magari compreranno l’auto elettrica perché li fa risparmiare e non perché è a zero emissioni. Ci vogliono politiche che rendano convenienti questo tipo di scelte”.
