Pizzaballa: “Elezioni in Israele e Palestina, c’è bisogno di voltare pagina”
“Abbiamo bisogno di voltare pagina”. Il cardinale Pierbattista Pizzaballa spera che israeliani e palestinesi colgano l’occasione delle prossime elezioni, che si avvicinano per entrambi, per un cambio di leadership capace di promuovere la pace. “Abbiamo bisogno di vino nuovo ma anche di otri nuovi”, dice, con metafora evangelica, il patriarca latino di Gerusalemme, che ad Assisi, dove domani arriva papa Leone XIV per incontrare i giovani partecipanti a un pellegrinaggio francescano, ha visitato la Global House of Friendship and Hope, un museo multimediale interreligioso promosso dal rabbino Alon Goshen-Gottstein. “A torto o a ragione”, ha detto il cardinale francescano, affiancato dal vescovo di Assisi Felice Accrocca, “le religioni sono considerate ostacolo all’incontro e alla pace, in Medio Oriente ma non solo, invece è importante dire che le religioni non solo possono ma devono promuovere il dialogo”.
In Cisgiordania i coloni israeliani hanno dato fuoco ad alcune moschee: com’è possibile il dialogo in questo contesto?
“Proprio per questo è importante il dialogo interreligioso: per evitare di lasciare il discorso a loro”.
Taybeh, l’ultimo villaggio interamente cristiano della Cisgiordania, è stato ripetutamente assaltato dai coloni israeliani
“Non solo Taybeh: tanti villaggi sono assaltati. Questa tendenza, la violenza dei coloni, non è una novità ma è in espansione territoriale. La violenza sta creando un sentimento di forte tensione all’interno della popolazione palestinese ma anche all’interno della stessa società israeliana. Taybeh è diventato un po’ uno dei simboli di questa situazione che si sta aggravando. I palestinesi sono spaventati e arrabbiati e chiedono di essere sostenuti in questo tentativo di difendere la loro terra e la loro casa”.
Cosa pensa delle provocazioni sulla spianata delle moschee da parte della componente messianica del governo israeliano?
“La comunità musulmana è sempre più arrabbiata per questo. Per noi è molto importante rispettare i luoghi santi e le sensibilità di tutte le religioni, e, soprattutto a Gerusalemme, rispettare quello che da molto tempo è chiamato lo status quo, cioè l’ambiente tradizionale e vitale delle tre comunità religiose. Toccare questo status quo significa creare tensioni che poi diventeranno sempre più difficili da gestire”.
Ai cristiani che hanno voglia di andarsene dalla Terra Santa lei che cosa dice?
“Se dal punto di vista umano comprendo, perché hanno famiglia, hanno figli, dico anche però che non dobbiamo smettere di pensare, di sognare, di impegnarci per un modo diverso di stare lì”.
Cosa significa?
“Arrendersi è esattamente quello che il diavolo vuole, esattamente quello che questa narrativa vuole. Abbiamo bisogno non di combattere, ma di stare dentro questa situazione senza perdere il nostro stile e la nostra proposta, ma anche la nostra determinazione a restare”.
Il 27 ottobre si vota in Israele, entro fine anno si vota in Palestina. Qual è il suo auspicio?
“Abbiamo bisogno di voltare pagina. Spero che da queste due date decisive venga fuori qualcosa che possa aiutarci un poco alla volta a ricostruire quello che in questi anni è andato distrutto, non tanto dal punto di vista delle infrastrutture ma delle relazioni, della devastazione umana nella quale ci troviamo”.
Le leadership attuale non sono adatte a promuovere la pace? “Credo che sia evidente. In ogni caso, nel Vangelo c’è scritto: vino nuovo in otri nuovi. Abbiamo bisogno di vino nuovo ma anche di otri nuovi”.
Lei da poco è stato di nuovo a Gaza, dove continuano le violenze. Netanyahu ha detto di non essere d’accordo con il piano proposto dagli Stati Uniti. Come se ne esce?
“Non lo so. Intanto però la popolazione è la vittima di tutto questo. La ricostruzione non è iniziata: la ricostruzione è la seconda fase ma finché non finisce la prima fase di questo famoso accordo la seconda non può cominciare. Siamo in attesa di vedere cosa accade”.
L’antisemitismo nel frattempo si diffonde, come è avvenuto anche nei giorni scorsi in Bulgaria con un gruppo di giovani ebrei minacciati dai naziskin: cosa dice la Chiesa?
“Noi abbiamo sempre detto no a qualsiasi forma di violenza, violenza fisica, violenza nel linguaggio, violenza culturale, violenza religiosa. Noi vogliamo incontrare. Possiamo anche esprimere il nostro disaccordo alla politica di un governo, ma questo non deve diventare un ostracismo per tutto ciò che riguarda il mondo ebraico, il mondo islamico, il mondo cristiano”.
Nei prossimi giorni andrà in Salento dove le verrà assegnato un premio in onore di don Tonino Bello, vescovo molto impegnato per promuovere concretamente la pace: come attualizzare quell’esempio?
“Abbiamo bisogno di tenere vivo il desiderio della pace evitando slogan, evitando di cadere nelle ideologie varie. Abbiamo bisogno di persone che sappiano parlare di pace e dare testimonianza di pace. In questo momento più che di discorsi sulla pace abbiamo bisogno di persone che siano capaci di dare testimonianze, che possano avere un impatto sulle rispettive popolazioni”.
