sabato 19 Settembre 2026
Mafia

L’ex boss Giovanni Brusca: “Volevamo dare colpa delle stragi alla sinistra per aiutare Berlusconi”

Le stragi del 1992-1993 dovevano essere usate «come strumento politico, come se fossero suggerite dalla sinistra». Così da agevolare «Berlusconi, in modo che potessero orientare la sua entrata in politica». A deporre, in videocollegamento da una località protetta, è l’ex boss di Cosa Nostra Giovanni Brusca, sentito come testimone su richiesta del pm Leopoldo De Gregorio, che indaga sui rapporti tra la mafia siciliana e il mondo politico negli anni Novanta. Quella di Brusca era una delle deposizioni più attese. E a metà mattina le sue parole riecheggiano nell’aula di giustizia di Firenze, dove è in corso il processo a carico di Salvatore Baiardo, l’ex gelataio di Omegna accusato di calunnia aggravata nei confronti del conduttore televisivo Massimo Giletti e dell’ex sindaco di Cesara Giancarlo Ricca.

La testimonianza

Secondo quanto riferisce Brusca, dopo le stragi mafiose di inizio anni Novanta, l’organizzazione avrebbe valutato di utilizzare quegli attentati come leva politica, cercando di farli attribuire alla sinistra per agevolare la discesa in campo di Silvio Berlusconi, avvenuta poi nel 1994 con la nascita di Forza Italia. Il collaboratore racconta di discussioni in tal senso avute con Leoluca Bagarella proprio in quel periodo.

Per arrivare a Berlusconi, spiega Brusca, sarebbe stato contattato Vittorio Mangano, «per dargli l’incarico», secondo una scelta che il testimone attribuisce a Stefano Bontade. «Mangano poi ci fece sapere che aveva avuto un contatto, che lo aveva fatto sapere a Berlusconi o tramite Dell’Utri o altri canali, e ci riportò che Berlusconi aveva ringraziato e che quanto prima ci avrebbe dato una mano». In un secondo momento, ricorda, «gli mandammo anche una minaccia velata», qualora l’aiuto non fosse arrivato, «avremmo messo altre bombe per metterlo politicamente in difficoltà».

I legali della famiglia Berlusconi: “Parole inattendibili”

Non tarda ad arrivare la replica dei legali della famiglia Berlusconi, che ricorda le sentenze che avevano già accertato la posizione del Cavaliere: «L’inattendibilità delle dichiarazioni di Brusca a proposito di Dell’Utri e Berlusconi è già stata accertata in altre precedenti sentenze – sottolinea l’avvocato della famiglia Berlusconi Giorgio Perroni – le sue parole sono state scartate dai giudici per la loro “fortissima ambiguità”, per le nettissime contraddizioni con altri incontrovertibili dati processuali, e sono state definite ‘del tutto inconsistenti ai fini probatori’, anche perché provenienti da un soggetto che ‘non ha voluto fornire uno spontaneo e leale contributo all’accertamento della verità».

Dopo le dichiarazioni in aula interviene anche Barbara Berlusconi: «Trovo intollerabile che, ancora oggi, le inverosimili e ridicole affermazioni di persone che si sono macchiate dei delitti più efferati e che oggi parlano addirittura da uomini liberi; vengano utilizzate per alimentare l’ennesima damnatio memoria e contro mio padre». Poi aggiunge: «Da oltre trent’anni si inseguono teoremi, suggestioni e sospetti alimentati dalle solite Procure. Le prove, invece, continuano a mancare. Il processo Baiardo – rimarca – si è trasformato in un processo bis sulle stragi del ’93-’94, riesumando accuse contro Berlusconi e Dell’Utri già archiviate. Una vicenda giudiziaria semplicemente surreale. Mio padre non può più difendersi. Proprio per questo continueremo a farlo noi, ogni volta che sarà necessario».

I rapporti economici di Berlusconi

Durante la deposizione il collaboratore di giustizia dichiara inoltre di non avere conoscenze dirette sui rapporti economici e patrimoniali di Berlusconi precedenti al 1993, affermando di aver appreso solo successivamente, e in modo generico, di alcuni investimenti condivisi con altri soggetti. Ha aggiunto che l’imprenditore, tramite le sue attività, «pagava il pizzo», senza però fare riferimento specifico al caso della Standa nel quartiere Brancaccio di Palermo.

Un altro episodio riferito da Brusca riguarda una partita di poker, successiva all’arresto di Bagarella. Nel 1995, il boss Matteo Messina Denaro avrebbe raccontato che Giuseppe Graviano «aveva visto al polso di Berlusconi un orologio da 500 milioni di lire. Era la prima volta che sentivo di questo contatto con Berlusconi».

La latitanza dei Graviano

Brusca ripercorre poi il periodo della latitanza al nord dei fratelli Graviano, riferendo alcune presunte informazioni ricevute da Messina Denaro su ville affittate e una vita agiata: «Ho saputo da Messina Denaro, che erano al nord, che si erano divertiti, che facevano la bella vita. Messina Denaro al nord era stato ospite dei fratelli Graviano». E ricorda i tentativi — falliti — di rintracciare al nord un altro boss, Balduccio Di Maggio, grazie all’aiuto di un gelataio della zona di Borgomanero.

Il processo proseguirà il 20 settembre con l’udienza in cui è attesa la deposizione di Giuseppe Graviano.