Una decisione inimmaginabile

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Il premier giapponese
Yoshihiko Noda ha reso nota la decisione del suo Paese di rinunciare
all’energia nucleare entro il 2030.

Un colpo grosso per
l’industria dell’atomo, visto che il Giappone è il terzo produttore
di energia nucleare nel mondo dopo Stati Uniti e Francia.
Con i suoi 53 reattori in
attività il Giappone, prima della catastrofe di Fukushima, produceva
il 30% circa del fabbisogno nazionale di energia elettrica. Energia
che si trasformava però anche in enormi profitti per le compagnie
elettriche, che a loro volta distribuivano cospicui dividendi agli
azionisti e non poche mazzette ai politici.
Tanti soldi che non
lasciavano indifferenti gli amministratori locali che si contendevano
la costruzione di nuove centrali nucleari. Altre 20 infatti avrebbero
dovuto sorgere entro il 2020 e la produzione nucleare sarebbe
arrivata a coprire il 50% del fabbisogno energetico del paese.

Dopo l’incidente di
Fukushima la situazione è cambiata drasticamente: l’80% della
popolazione giapponese è contraria all’energia nucleare e il
Parlamento è in netta maggioranza favorevole a un’uscita veloce.
Il premier ha anche
annunciato che il governo spingerà le rinnovabili con incentivi e
sgravi fiscali, portandone le percentuali di utilizzo dall’attuale 1%
al 20% entro il 2030.
Sul fatto che il governo
giapponese faccia sul serio non ci sono dubbi, visto che al ministero
dell’economia e dell’industria stanno già lavorando a due proposte
di legge fondamentali: quella che regolamenta gli incentivi delle
rinnovabili e quella che dovrà regolamentare la “sepoltura”
delle scorie.

Anche la Francia del nuovo
presidente Hollande sta lavorando su questo stesso fronte.
La promessa è quella di
ridurre la dipendenza energetica dal nucleare, passando dal 75%
attuale al 50% entro il 2025. Inoltre verrà chiusa entro il 2016 la
più vecchia centrale nucleare francese, quella di Fessenheim.

Nel frattempo la Danimarca
punta a produrre il 50% di energia dall’eolico entro il 2020, prima
tappa di un progetto ben più ambizioso che mira a quota 100%
rinnovabili da qui al 2050.
Quello eolico è un
progetto che a medio e lungo termine può risultare vincente,
considerando anche la ricerca apparsa il 9 settembre sulla rivista
scientifica Nature Climate Change. La ricerca, a cura di Ken Cladeira
e Kate Marvel del Carnegie Institution for Science, dimostra che
dall’eolico si può ottenere energia per soddisfare tutto il bisogno
energetico mondiale. Per fare questo occorre sfruttare i venti di
alta quota.
Secondo le stime i venti
di superficie riuscirebbe a fornirci 400 TW e le correnti
intercettate ad alta quota oltre 1.800 TW. Oggi ne usiamo appena 18.
I ricercatori sostengono
che l’impatto dell’eolico sarebbe limitato se gli impianti fossero
sparsi e non concentrati in poche regioni. Inoltre se davvero
l’intera domanda globale venisse soddisfatta dall’energia eolica “gli
effetti sulla temperatura globale si limiterebbero ad una variazione
di 0,1 gradi Celsius e l’incidenza sulle precipitazioni sarebbe
dell’1%
”.