Alluvioni

Dopo l’alluvione che ha
colpito la valle del Misa (in particolare Senigallia) abbiamo
purtroppo avuto un’ulteriore dimostrazione di quello che
rappresentano i cambiamenti climatici in ciò che è successo nei
Balcani.
La violenza della natura
si è abbattuta sulle regioni della ex-Jugoslavia. La Croazia
orientale lotta contro la più grande alluvione della propria storia,
la Serbia da giorni affronta una valanga d’acqua e in
Bosnia-Erzegovina le dimensioni delle inondazioni sono enormi. Le
vittime sono una cinquantina e gli sfollati sono 150mila. La natura
sembra aver compiuto un’aggressione che ricorda quella della guerra
degli anni novanta e assistiamo di nuovo a scene di profughi che
fuggono con le poche cose che sono riusciti a salvare. Ci si chiede
se un paese come la Bosnia, che dopo la guerra è vissuto quasi solo
di finanziamenti esteri, potrà riuscire a sopravvivere. La comunità
internazionale ha speso miliardi per conservare la pace di Dayton e
ora la Bosnia si attende un aiuto simile per sopravvivere ai danni
ambientali.
Un pericolo che incombe
ora in tutte le zone alluvionate è il diffondersi di epidemie a
causa delle tante carcasse di animali che emergono con il ritirarsi
delle acque. In Bosnia è forte anche la minaccia costituita dalle
mine e dagli ordigni risalenti alla famigerata guerra degli anni
novanta, che dai campi minati sono stati travolti e riportati in
superficie dalle acque.
D’altra parte, i
disastri più o meno direttamente legati al cambiamento climatico
sono numerosi e ripetitivi. Sono distruzioni ricorrenti, in aumento
progressivo, come sanno gliassicuratori.
I fenomeni legati alla
CO2, all’aumento delle temperature, alla siccità, all’intensità
delle precipitazioni e alla riduzione dei ghiacciai sono fenomeni
previsti, ossia ipotizzati dagli scienziati fra le conseguenze del
riscaldamento globale.
Le conclusioni della
scienza del clima, secondo cui gli impatti si aggraveranno in futuro,
non interessano molto: riguardano i prossimi decenni o secoli, in cui
quasi tutti i lettori o gli spettatori non saranno più presenti sul
pianeta. La notizia non appare quindi abbastanza allarmante. Se ne
parla (solo un poco) quando esce un rapporto dell’IPCC, giusto
perché ne parlano altri mezzi di informazione, oppure quando
disastri come le alluvioni riescono a catturare un po’ l’attenzione.
Tutto si mischia in un
rumore di fondo, che lascia un leggero senso di insicurezza o di
malessere che inquieta i più sensibili.
Nella stragrande
maggioranza delle persone (e quindi automaticamente nella politica)
questi temi vengono rimossi perché l’opinione pubblica non vede
l’ora di essere rassicurata. Anche a causa delle continue emergenze
propagandate a caratteri cubitali, c’è una percezione di alta
vulnerabilità che riguarda le società ricche, popolazioni che da
decenni si sentivano invulnerabili. La vulnerabilità dell’Occidente
per un verso accentua la rimozione, ma le persone sanno di essere in
un mondo insicuro, non solo per motivi sociali, ma come umanità.
Anche in merito ai fatti
che hanno colpito la valle del Misa, in particolare Senigallia, tutta
la discussione si sta riconducendo al particolare: gli argini,
l’allarme, le opere. Peccato non si riesca a inserire nel dibattito
anche la domanda: ma il clima sta cambiando? E se sì, siamo sicuri
che possiamo far fronte a questi cambiamenti con le stesse logiche
economiche e sociali che hanno contraddistinto gli ultimi decenni?
Su queste domande
drammatiche è difficile costruire un dibattito pubblico.
E‘ un grosso errore però
smettere di insistere su questo tema cruciale. Perché anche se è
vero che sui cambiamenti climatici non si trova una discussione
popolare, c’è un dato che deve far rifletterci e far sperare.
Le cronache di Senigallia
testimoniano di tanti volontari che nei giorni successivi
all’alluvione del 3 maggio hanno aiutato la popolazione colpita a
risollevarsi. Anche nei Balcani si registra il fatto che molti paesi
vicini alla Bosnia, il paese più colpito, si sono precipitati a
fornire aiuto. Serbia e Croazia, anche loro colpite dalla catastrofe,
continuano a mandare squadre di soccorso e la Bosnia si è accorta di
essere circondata da amici. Anche all’interno degli stati, tra
comunità diverse, si è avvertita una forte solidarietà. Da lungo
tempo la Bosnia-Erzegovina non era così unita e senza tensioni tra
le differenti comunità. Come scrive un giornalista croato1:
“La cosa più sorprendente è che in giro non si è ancora visto
un politico che sia riuscito a intorbidire le acque”. Tutto
questo dimostra che l’Uomo non ha perso il senso di solidarietà e
che, per quanto difficile, questo mondo è sempre umano.
Il rischio è che quando
le acque si ritirano, rimane il fango, in senso concreto e figurato.
Soprattutto in questo frangente le persone hanno necessità di aiuto
concreto e umano. L’insoddisfazione crescerà e, con la miseria,
crescerà anche il radicalismo.
Per questo la
Bosnia-Erzegovina non deve essere lasciata sola né a livello
economico né a livello politico. C’è bisogno di un nuovo piano
Marshall che aiuti i giovani e i disoccupati per dare una nuova vita
al paese.
Ma c’è anche bisogno che
a livello internazionale si inizi a trattare il cambiamento climatico
non come un “fatto possibile” ma come un “fatto reale” che
sta accadendo ora.
1Jozo
Pavkovic sul quotidiano “Vecernji list”
