Banche venete, soluzione all’italiana

Dunque, paradossalmente, con il via libera da parte della Bce al fallimento delle due banche venete, già simboli del miracolo economico del Nord-Est, nonché con la nomina dei commissari ad acta, si delinea, pur se ancora con parecchia fatica, una possibile via di uscita dai guai dei due istituti; ma si fa anche un altro passo avanti verso la conclusione delle crisi bancarie aperte con lo scoppio del sub-prime nel 2008.

Il dipanarsi nel tempo delle difficoltà del nostro sistema finanziario ha mostrato, ancora una volta, il fallimento pressoché totale della classe dirigente politica, economica e finanziaria del paese. Gli accadimenti di questi anni costituiscono, detto in altro modo, un vero catalogo di quasi tutte le malattie che affliggono da tanto tempo la penisola.

Ricordiamo alcuni aspetti di tali vicende.

Intanto ben prima dello scoppio della crisi del sub-prime, studiosi ed operatori del settore avevano analizzato i molti guai del nostro sistema finanziario, ma negli ultimi tempi se ne erano tutti scordati e nessuno ne parlava più. Come per il Sud, per l’evasione fiscale e per altri problemi cronici del nostro paese, le coeur n’y était plus. Ora, mentre subito dopo la crisi molte banche Usa, tedesche, inglesi, spagnole, erano entrate in difficoltà ed erano state salvate soltanto con il pesante e tempestivo intervento finanziario dei governi, la classe dirigente nazionale si affannava a dichiarare che il nostro sistema finanziario era sano, mentre le voci dissenzienti si mostravano molto flebili. Quando poi non si è più riusciti a reggere questa falsa rappresentazione della realtà, davanti alla scoperta che l’insieme dei crediti deteriorati del sistema bancario nazionale toccava al lordo i 350 miliardi e che le nostre banche mostravano i risultati forse peggiori in termini di redditività, struttura finanziaria, efficienza gestionale dell’intera eurozona, di nuovo l’ amabile classe dirigente nazionale dichiarava che era tutta colpa della crisi; quindi non era sostanzialmente colpa di nessuno.

Ma i casi che sono venuti via via alla luce, da quelli delle quattro banche di periferia, al Mps, all’Unicredit, alle due banche venete, più altre vicende minori, indicavano che le cose non stavano del tutto in tale modo. In realtà, accanto alla crisi, hanno pesato l’incompetenza gestionale, il nepotismo, la corruzione, la scarsa e tardiva vigilanza degli organi preposti al controllo, le stravaganze, le inefficienze, i ritardi della politica, che hanno contribuito a aggravare le situazioni e a ritardare e a rendere più onerose le soluzioni, la distrazione infine dei mass media.

Ricordiamo a questo punto soltanto due questioni. Intanto, come al solito, quasi nessuno dei protagonisti delle varie vicende sembra aver pagato seriamente per i disastri. Poi, sempre come al solito, con l’intervento di Banca Intesa si ribadisce un principio che regge da tempo immemore la nostra Repubblica, come anche qualcun altro ha sottolineato sulla stampa in questi giorni, quello che i profitti vanno ai privati, mentre le perdite se le accolla lo Stato. In questo caso il conto appare molto salato e i venti miliardi di euro a suo tempo stanziati dal governo per i salvataggi non basteranno forse più. Di quanto bisognerà tagliare ancora la spesa sanitaria e i fondi per la ricerca? Qualche lezione si può trarre anche sul fronte del sistema di governo europeo, che è apparso molto complesso e molto lento, con normative in parte rigide, in parte affidate invece ai capricci dei funzionari di turno, comunque con un pregiudizio, almeno in parte peraltro giustificato, nei confronti dei casi italiani.

Sarebbe opportuno un ripensamento di alcune regole, ma Bruxelles pensa in questo momento soprattutto a rafforzare l’Unione sul fronte delle spese militari, con qualche carro armato e qualche caccia in più, mentre il nostro governo ha mostrato in certi momenti troppa arrendevolezza e passività, anche quando si poteva invece cercare di forzare la mano. Intanto si delinea il varo di una grottesca commissione di inchiesta parlamentare sulla vicenda, che non arriverà a niente e che servirà al massimo, e se tutto va bene, a fare della propaganda elettorale a buon mercato.