mercoledì 29 Novembre 2023
Medioriente

La guerra non è finita ma in Siria è già febbre da ricostruzione

Deir ez-Zor potrebbe essere liberata al più presto dall’occupazione dell’Isis, così come Akerbat a Ovest di Hama, mentre nella provincia di Aleppo non ci sarebbe più traccia di miliziani del Califfato. È questo il quadro della Siria fatto ieri dal capo della direzione operativa dello Stato maggiore russo, Sergey Rudskoy. Mosca, alleata di Damasco, ha anche comunicato che i suoi cacciabombardieri hanno distrutto un convoglio dello Stato Islamico diretto a Deir ez-Zor, con 20 veicoli che trasportavano armi di grande calibro, blindati e carri armati, e ucciso 200 jihadisti (70 secondo altre fonti). Perduta anche la “capitale” Raqqa, lo Stato islamico prova raggrupparsi a Deir ez-Zor, l’ultima roccaforte in Siria, ma le sue milizie si sfaldano, abbandonano le posizioni e si arrendono.

L’Isis crolla lentamente sotto la pressione dell’esercito siriano che ogni giorno libera nuove porzioni di territorio. La guerra però non è terminata, anzi. Lo stesso presidente Bashar Assad ha sottolineato due giorni fa che ci sono «segni di vittoria» ma la vittoria non è stata raggiunta. E domenica la guerra è arrivata di nuovo alle porte di Damasco dove un attacco terroristico – compiuto con un razzo o un colpo di mortaio sparato dalla vicina regione di Ghouta – ha ucciso sei civili, tra i quali due donne, non lontano dalla Fiera Internazionale in corso nella capitale siriana. Il governo di Damasco non ha fornito molti particolari. Nelle strade della capitale si sussurra che gli uomini di Jaysh al Islam, pagati e armati dall’Arabia saudita, abbiano sparato per bloccare la Fiera – lanciata per la prima volta nel 1954 e un tempo una delle più celebri del mondo arabo – che rappresenta uno dei segni più importanti di rinnovata fiducia nella nazione.

La Fiera invece va avanti, durerà dieci giorni e tra i partecipanti provenienti da 43 Paesi, il tema principale di discussione è la ricostruzione della Siria, un progetto, si dice, da 200 miliardi di dollari (la stima è della Banca Mondiale) che richiederà molti anni di lavoro per la sua realizzazione. Per il governo la Fiera è un’occasione per cercare di attrarre investitori soprattutto da Paesi alleati come la Russia, la Cina e l’Iran. Ma sono presenti anche Sudafrica e Bielorussia e gli organizzatori dicono che, in maniera privata, partecipano anche aziende di Gran Bretagna, Francia e Germania schierate contro Bashar Assad. Presente anche l’Egitto, alleato dell’Arabia saudita nemica della Siria, che incurante in questa occasione della posizione di Riyadh, punta ai mercati siriani per i suoi prodotti e le sue imprese.

Accanto alla Siria ci si prepara al grande business della ricostruzione. Proseguono i lavori – con un investimento di circa 400 milioni di dollari – per l’ammodernamento del porto di Tripoli che si trova a soli 28 chilometri dal confine siriano. «Il porto di Tripoli vuole che il mondo sappia che è pronto per fare affari», titolava l’altro giorno un servizio del portale libanese Naharnet che riferiva di specialisti britannici stanno istruendo gli operai di Tripoli ad usare macchinari pesanti mentre tecnici cinesi eseguono studi su due nuove gru per lo spostamento dei container. «Il Libano ha davanti a sè un’opportunità da prendere molto sul serio», spiegava a Naharnet Raya al Hassan, ex ministro delle finanze che dirige il progetto per la costruzione di una zona economica speciale a Tripoli. Per il direttore del porto, Ahmad Tamer, la ricostruzione in Siria creerà una domanda di circa 30 milioni di tonnellate di cargo all’anno che non potranno soddisfare interamente i porti siriani di Tartus e Latakia con una capacità di 10-15 milioni di tonnellate.

L’affare della ricostruzione sta mettendo a tacere quei leader politici e partiti libanesi che affermano di «non volersi inserire nell’asse siro-iraniano». A cominciare dal premier sunnita e alleato di Riyadh, Saad Hariri che ha abbassato i toni delle accuse contro Assad e il movimento sciita libanese Hezbollah alleato di Damasco. Nonostante le critiche, sono partiti per Damasco il ministro dell’industria, Hussein Hajj Hussein e il ministro dell’agricoltura, Ghazi Zwaiter, attesi nella capitale siriana per stringere le relazioni economiche e commerciali tra i due Paesi.