martedì 28 Maggio 2024
Economia

L’economia che verrà

L’ECONOMIA CHE VERRA’

Come sarà la nostra economia dopo la pandemia da Covid19? Al di là di tanti pregevoli interventi di economisti e non, che in questo periodo ci hanno aiutato a riflettere, in realtà nessuno lo sa. Ciò perchè è impossibile fare previsioni, in quanto non ci sono precedenti e gli scenari possibili sono diversi a causa delle numerose variabili che si possono determinare.

E’ una situazione senza precedenti perchè è un evento unico nella storia moderna degli ultimi due secoli a partire dall’avvento della rivoluzione industriale, e non ci aiuta neanche il paragone con i due dopoguerra del 1900 in quanto mai ci siamo trovati come oggi in una economia così finanziarizzata e globalizzata. In più, oltre all’imprevedibile movimento dei capitali, c’è una parte importante che dipenderà dalla somma dei comportamenti individuali che sono al momento indecifrabili: quanto la paura del contagio di un virus ancora non sconfitto ci continuerà a condizionare nel mantenere le “distanze fisiche” tra le persone con tutto ciò che questo comporta? In questa situazione, pertanto, si possono solo azzardare idee, sogni, aspettative, proposte.

Inevitabilmente le Istituzioni nazionali e internazionali dovranno prendere alcuni provvedimenti, ma se continuiamo a seguire i soliti indicatori: l’indice dei consumi, il Pil, lo spread, la borsa, finiremo per prendere le decisioni sbagliate

Bisognerebbe rovesciare il paradigma per cui bisogna prendere decisioni per far crescere l’economia con decisioni che hanno per obiettivo di far crescere il benessere dei cittadini. Ed ecco allora che andrebbero considerati anche altri elementi quali la salute, la giustizia, l’ambiente, l’istruzione, la cultura, il lavoro, la casa o il luogo in cui viviamo, misurandone il grado di “copertura” per ogni componente della comunità. Pertanto politiche efficaci, secondo questo cambio di paradigma, saranno quelle che incidono, migliorandola, sulla qualità della vita delle persone e sulla stabilizzazione della salute del nostro pianeta. Continuare sulla strada di una crescita economica insostenibile è un suicidio collettivo, ed è necessario che ne prendano coscienza sia l’opinione pubblica nella sua stragrande maggioranza, sia i decisori politici.

D’altra parte lo scenario che ci si presenta a seguito della pandemia da coronavirus è uno scenario da post-crescita per cui la sfida sarà quella della redistribuzione della ricchezza accumulata nel periodo precedente e dell’equità sociale. Di conseguenza saranno necessarie misure come tassare le rendite e non il lavoro, un riallineamento fiscale tra Paesi, rimodulare la tassazione sulle merci in base al loro impatto ambientale, e così via.

Nel dibattito su chi far “riaprire” prima di questi giorni, non avrei dubbi: privilegiare nella ripartenza tutte quelle attività che producono valore reale. Ma questo sarebbe possibile se cominciassimo a vedere le cose in un’ottica di trasformazione dell’economia attuale.

Le prime cinque cose, fra le tante possibili, da trasformare verso questa nuova prospettiva sono a mio avviso:

1) ripensare il sistema finanziario.

L’economia per ripartire ha bisogno di denaro vero “aggiuntivo”, perchè la crisi dell’economia reale significa mancanza di produzione di beni e servizi dovuta anche all’impossibilità di pagare tutti i fattori della produzione (materie prime, lavoro, ecc.), quindi il credito deve essere messo al servizio del lavoro e dell’economia reale, qualsiasi altro uso del denaro è sbagliato. Pertanto bisogna tornare a separare le banche d’affari e le banche che si occupano del credito alle imprese e alle famiglie.

2) riabitare le periferie.

Serve rinnovare la presenza umana “dentro” il paesaggio collinare e montano della nostra Italia, non solo come luogo poetico fine a se stesso, ma come “generativo di vita buona”. La nostra storia insegna che quando in questi luoghi sono stati insediati castelli, monasteri, teatri, case coloniche, botteghe artigianali, ecc. si sono generati anche scambi commerciali e culturali che hanno resi tutti un po’ più ricchi.

3) sburocratizzare l’apparato amministrativo.

Siamo incappati in una stratificazione progressiva di adempimenti formali che ha raggiunto un eccesso che dobbiamo assolutamente rivedere. Rischiamo di dedicare più energie e soldi agli aspetti formali che alla sostanza dei problemi. Bisogna ricondurre la maggior parte delle attività a un’autodichiarazione di responsabilità con controlli, anche rigorosi, ex-post su ciò che è stato realizzato che ovviamente tenga conto in primis dell’efficacia e non della forma.

4) creare nuovi organismi internazionali.

Se vale l’assunto che “nessuno si salva da solo” non solo come persone ma anche come Paesi – e la pandemia dovrebbe averlo rafforzato – allora dobbiamo creare dove non ci sono o incrementare di poteri e risorse dove ci sono gli organismi internazionali che riguardano la ricerca e la scienza (che va assolutamente condivisa), la regolazione della protezione dell’ambiente, il controllo sui sistemi finanziari, sull’armonizzazione fiscale, sulle misure anticoncorrenza economica, nonchè sulle tutele del lavoro.

5) dare più peso alle donne.

In tutte le attività economiche serve il contributo creativo e pragmatico delle donne. La loro capacità di coniugare “la cura” del piccolo e del particolare, con la visione di insieme dell’ambiente circostante può contribuire a modificare le attuali modalità di approccio al lavoro ed alle strategie di lungo termine che servono oggi ai processi economici. Le donne hanno una preparazione ed una capacità “resiliente” maggiore degli uomini e pertanto serve aumentare la presenza femminile nelle attività lavorative in genere, ma anche con una quota maggiore di donne in posizioni dirigenziali dentro le imprese e le banche.

Per tempi nuovi ci sarebbe bisogno di pensieri nuovi e di progetti nuovi, ma ciascuno di noi fa fatica ad uscire dagli schemi classici dell’economia. Ogni nuovo comportamento dà comunque origine a riflessioni e ripensamenti e quindi è utile. In questo senso dovremo certamente investire di più sui giovani.

Ma il vero aiuto che possiamo fornire ai giovani è lo stimolo non ad affrontare il mercato (come spesso si sente dire), ma a modificare questo mercato. Il mercato del lavoro, il mercato attuale della produzione di beni e servizi, il mercato finanziario così com’è regolato oggi. Serve alimentare la predisposizione al cambiamento dei giovani, incoraggiarli ad investire nei loro sogni, a reinventare forme di lotte civili e pacifiche per cambiare lo stato delle cose, specie in economia. Dobbiamo infondere loro il coraggio di rovesciare le Istituzioni quando esse non sono strumenti di servizio ma solo strumenti di potere. Finora abbiamo avuto un eccessivo “paternalismo” nei confronti dei giovani. Lasciamoli sbagliare, perchè non è detto che quello che per noi oggi sembra errato, non si riveli invece giusto per l’economia che verrà. Inoltre abbiamo un assoluto bisogno di coltivare imprenditorialità. Non bastano le business school, che semmai producono buoni manager, serve alimentare l’attitudine all’imprenditorialità stimolando la creatività, il senso del rischio, il sogno di osare verso nuove frontiere. C’è necessità di risvegliare forme di cultura appropriate a far crescere il concetto dell’intraprendenza per creare qualcosa di nuovo.

Un’altro tema spesso affrontato in questo periodo, è il ruolo dello Stato in economia. Sono diversi anni che nel nostro Paese manca un piano industriale e oggi ne paghiamo le conseguenze. In nome del liberismo e del mito delle privatizzazioni, non abbiamo una politica di asset industriali strategici che devono essere mantenuti sotto il controllo dello Stato. Negli utimi due decenni abbiamo perso il controllo dello Stato in quei servizi pubblici essenziali come il trasporto, parte della filiera sanitaria, il credito (vedi Banca d’Italia), l’energia, le infrastrutture viarie e ferroviarie, i porti, le reti di telecomunicazioni. Per non parlare delle attività di manutenzione ordinarie e straordinarie.  Ora in questo contesto di crisi economica e di blocco produttivo in cui solo il lavoro offerto dallo Stato può ridare immediato fiato alle aspettative delle famiglie, lo Stato non è in grado di lanciare un piano straordinario di investimenti mirati a creare occupazione e allo stesso tempo a garantire beni e servizi realmente utili e propedeutici alla ripresa dell’economia più in generale. Questa potrebbe essere l’occasione per programmare una reindustrializzazione ed una nuova presenza statale in economia in settori importanti, magari in una nuova logica di “economia circolare” che ci faccia aumentare la riciclabilità delle materie prime, la diminuzione dell’utilizzo delle energie non rinnovabili, un contributo consistente alla diminuzione di CO2 per contenere l’alterazione climatica in corso.

Le coordinate di un cambiamento sono difficili da individuare, ma quello che è certo è che i cambiamenti sono sempre legati a minoranze profetiche. Le persone che si comportano in maniera diversa dai comportamenti comuni dimostrano che è possibile fare le cose in modo diverso, e dimostrano altresì che è possibile essere indipendenti e autonomi dalle maggioranze conformiste. Abbiamo, per fortuna, tante persone che da soli o in gruppo hanno cominciato a tenere stili di vita diversi, ad utilizzare criteri nuovi per acquistare beni e servizi (penso ai tanti gas – gruppi di acquisto solidali –  in giro per l’Italia, alle esperienze di commercio equo e solidale, ai mercatini dell’usato e del riciclo, e così via). Abbiamo solo bisogno di valorizzare e far conoscere maggiormente queste esperienze affinchè possano diventare testimonianze contagiose.

Infine penso che l’economia non potrà non occuparsi degli “ultimi”. Qualsiasi sistema economico deve trovare un giusto equilibrio all’interno del tessuto sociale, compensando le varie forme di disagio e di povertà, per non creare instabilità e paure che minano la fiducia necessaria per far circolare beni e servizi senza particolari problemi. Veniamo già da alcuni anni di “stagnazione” dell’economia o di bassa crescita, oggi aumentata dalla crisi in corso, perchè le famiglie non possono aumentare la loro capacità di consumo senza una adeguata redistribuzione del reddito. Impostare la politica economica sulla crescita dei consumi senza un aumento dei salari, o la creazione di un reddito minimo per tutti, è del tutto inutile. Per questo l’economia, se non ci riesce lo Stato, non potrà non occuparsi degli ultimi non come attività residuale ma come condizione di sviluppo. Se il vero “distanziamento sociale” è sempre stato tra i poveri (oggi ancora più poveri) ed i ricchi (oggi ancora più ricchi), è ora di porvi rimedio con una vera “redistribuzione” delle risorse e delle opportunità.

Per cambiare le coordinate della nostra economia non possiamo contare, probabilmente, sugli attuali partiti, sulle organizzazioni di categoria e sindacali attuali, sull’attuale apparato istituzionale e amministrativo, perchè naturalmente vocati alla conservazione dell’esistente, ma dobbiamo puntare a coinvolgere alcune, anche se non tutte, organizzazioni del terzo settore ed i gruppi e i movimenti della Chiesa vicini a Papa Francesco, quelli per intenderci che hanno preso sul serio i contenuti dell’enciclica “Laudato Si”.

La pandemia ha evidenziato la fragilità del nostro modello di sviluppo, ma si può riformare. L’importante è che si uniscano su questo obiettivo uomini e donne di buona volontà che ne hanno coscienza e che sapranno scegliere le coordinate del cambiamento. Infatti – come recita un proverbio africano – se uno sogna da solo, questo resta un sogno, ma se si sogna insieme ad altre persone, il sogno stesso diventa realtà.

Gabriele Darpetti – 22 maggio 2020

direttore ufficio pastorale per i problemi sociali e del lavoro della Diocesi di Fano Fossombrone Cagli Pergola