domenica 26 Maggio 2024
Sanità/Salute

Plasma, com’è difficile trovare i donatori

Il sangue iperimmune è una speranza di cura, ma la percentuale di guariti da cui ricavarlo è bassa. Parla il direttore del Trasfusionale

Per ora l’unica certezza è che non produce danni. Sull’efficacia del plasma iperimmune nella cura del Covid19 si attendono i risultati delle sperimentazioni cliniche. Cinque sono italiane e alla più importante di queste, il protocollo «Tsunami», partecipa anche l’ospedale Marche Nord, terzo polo di raccolta nelle Marche insieme all’ospedale di Torrette e al nosocomio di Fermo. «Attendiamo i primi risultati a breve – spiega il direttore del Trasfusionale, Carlo Pazzaglia – ma continuiamo a raccogliere il plasma e a conservarlo. Sia perché la nostra osservazione degli effetti sui malati è molto positiva, sia per non farci trovare impreparati quando arriveranno evidenze scientifiche inequivocabili» Quindi, vi comportate come se funzionasse? «Abbiamo cominciato il 13 maggio, il giorno dopo il via libera del comitato etico regionale. La mattina successiva al Trasfusionale abbiamo convocato il primo donatore». Quanto plasma avete raccolto finora? «Il dato è buono, circa 500 sacche da 200 millilitri ciascuna, in maggioranza prelevate da guariti dimessi da Marche Nord anche se qualche donatore è arrivato anche dall’Urbinate. Erano 240 alla fine di ottobre e 350 in tutte le Marche. L’ultima sacca l’abbiamo raccolta sabato, e questa mattina è stata somministrata». Significa che siete rimasti a secco? «A Marche Nord sì. Ma siamo inseriti in un sistema regionale dove vige un sistema di mutuo aiuto». Dove sono state utilizzate le scorte raccolte a Pesaro? «Poco meno del 50 per cento è stato distribuito negli altri ospedali regionali. Al Fiera Hospital di Civitanova abbiamo consegnato 132 sacche. Si prevedono tre infusioni per ogni paziente, ma capita che dopo una o anche due ci sia un miglioramento clinico evidente. Allora risparmiamo la terza sacca per una altro malato» Su chi ha funzionato meglio? «Dalla nostra osservazione possiamo dire che hanno risposto bene i pazienti che accusavano sintomi da 10-14 giorni, che erano cioè nella fase precoce della malattia. Naturalmente non possiamo ancora affermare che la guarigione sia dovuta al plasma, ai farmaci, alla reazione del sistema immunitario, o a tutte e tre le cose insieme. Mi aspetto un’analisi precisa dallo studio Tsunami» Da questi risultati si potrebbe decidere di mettere il plasma in secondo piano nelle cure? «Potrebbe succedere di tutto. Potrebbero anche dire che non ci sono differenze significative dall’usarlo, o meno. Oppure che i miglioramenti sono legati alle variabili date dal titolo anticorpale contenuto nel plasma o all’età del donatore» Quali sono le problematiche legate a queste variabili? «La prima è trovare idonei. Ultimamente abbiamo ricevuto una lista di 50 guariti. Abbiamo telefonato a tutti, molti stavano ancora male, altri ci avrebbero pensato, altri ancora non se la sentivano o hanno patologie pregresse tali da non poter donare. Mettendo insieme tutte queste variabili, ne sono rimasti 5-6, ma solo 3 avevano un titolo anticorpale adeguato, meno dell’1 per cento» Simona Spagnoli