giovedì 22 Febbraio 2024
Politica italiana

“Il Governo di Tutti nasce debole: la forza viene dalla coesione”

Dopo settimane di fantasiose

definizioni

(governo del Presidente,

di salute pubblica,

di unità nazionale, dei

migliori), abbiamo un nuovo

esecutivo: nuovo perché appena

insediato e nuovo perché

un governo con praticamente

tutti dentro non l’avevamo ancora

visto. Abbiamo chiesto

lumi a Gustavo Zagrebelsky .

Professore, che giudizio

dà di questo inedito scenario?

Una premessa: le istituzioni

non sono un terrain vague, una

landa desolata aperta alle

scorribande spregiudicate di

predoni politici. Nella parola

c’è la radice “st ”, come nella parola

“s tato”, che, nelle lingue

indoeuropee, allude alla stabilità,

accettata per forza o alimentata

dalla fiducia reciproca,

a seconda dei casi. Le istituzioni

servono a questo:

abbassare la conflittualità, garantire

la durata e allontanare

quella che una volta si chiamava

st as is , cioè il blocco,

l’implosione. La conflittualità,

in una società libera, è inevitabile,

perfino benefica, ma

ha cittadinanza nella dimensione

pre-istituzionale.

Vuol dire che non si può litigare

al governo?

Proprio così. Ci si può confrontare,

tanto più nei governi

di coalizione. I partiti politici

sono liberi nella sfera pre-istituzionale,

ma quando entrano

nel governo ad esempio, sono

tenuti ad avere comportamenti

istituzionali, nel senso

che ho detto. Governare implica

assunzione di limiti e responsabilità

comuni. Non si

può stare nella maggioranza

strumentalmente, per approfittare

della posizione acquisita

e sabotare l’istituzione di

cui si fa parte. Chi lo fa –ne abbiamo

avuto e probabilmente

ne avremo esempi –è un devastatore

istituzionale.

Il governo attuale è sostenuto

da una amplissima

maggioranza: è una condizione

di forza?

La forza d’un governo dipende

dalla coesione. Se in tanti entrano

al governo senza rinunciare

alle loro scorribande e

intendono compierle a partire

da lì per acquisire potere e

consenso e promuovere a ogni

costo gli interessi particolari

di cui sono mandatari, il governo

nasce tarlato fin dall’inizio.

Estensione ed efficacia

sono due cose diverse. Possono

anzi essere inversamente

proporzionali. È piuttosto

stupefacente che, nella forpunto,

per uscire da una

situazione di stallo, viene

chiamato un soggetto autorevole

ed estraneo al sistema dei

partiti. Draghi è il deus ex machina

della situazione: nel

teatro classico, quando

non si riusciva a

sciogliere un intreccio

complicato

(nel caso nostro,

lo stallo in

Parlamento), arrivava

sulla scena

– spesso calato

dall ’alto con una

“macchina”, talora

in un cestino –

un essere sovrumano

–Zeus, Atena,

Apollo –che risolveva

la situazione.

Questo risolutore

lo possiamo

dire un tecnico?

Chiunque si affaccia

alle soglie della politica,

se non vuole fallire

miseramente, deve

saperne di tre “etiche”,

tutte e tre altamente

politiche: l’etica delle

possibilità, l’etica delle

convinzioni e l’etica delle

responsabilità. Deve sapere,

cioè, delle condizioni

in cui opera; deve avere

dei principi-guida,

cioè valori ai quali essere

fedele; deve essere consapevole

delle conseguenze

del suo agire. La prima etica

è anche tecnica; la seconda

è essenzialmente morale;

la terza è prudenziale.

L’insieme è la politica, quella

che gli Antichi già denominavano

téchne politiké. Separare

i due aspetti è impossibile. A

meno che con “tecnico” si voglia

dire “non partitico” e, in

certi contesti, “non “politican –

te”. Quando i partiti sono degradati

e i politici che provengono

dai partiti sono visti come

politicanti, i tecnici appaiono

una risorsa. Ma dire

che non sono anch’essi “politi –

ci” è una sciocchezza. Spesso

sono iper-politici e, proprio

per questo, sono chiamati a

governare.

Tra Ciampi e Monti sono

passati vent’anni, tra

Monti e Draghi dieci: la

scorciatoia dell’esecutivo

svincolato dal consenso

ha cicli sempre più brevi.

Forse sta diventando una condizione

strutturale della vita

politica nel nostro Paese. Di

tempo in tempo, il sistema dei

partiti entra in fase di stallo e

ha bisogno di una certa pausa

per sbloccarsi. Gli esecutivi

“tecnici”sembra che servano a

ciò, soprattutto quando grandi

minacce gravano sulla vita

collettiva, minacce di natura

finanziaria, sociale, sanitaria,

eccetera.

La classe dirigente “politi –

ca”si sottrae volentieri alle

responsabilità: non capisce

il pericolo di auto-

delegittimarsi?

Effettivamente, può essere come

lei dice. Le grandi e urgenti

difficoltà possono unire e possono

dividere. Non è vero che

sempre uniscono. Dipende

dall ’etica pubblica. Dove esiste

uno spirito di comunità –ci

si salva insieme o si perisce insieme

–è possibile che uniscano.

Dove questo spirito non esiste

o è insufficiente –ed è forse

il caso nostro – le difficoltà

disuniscono e ciascuno cerca

il proprio interesse particolare

a scapito di quello generale.

Da questo punto di vista, i governi

“tecnici”, nel senso anzidetto,

possono anche essere

visti come conseguenza di carenza

rispetto allo spirito di

comunità nazionale.

Si è detto: l’arrivo di un’élite

è una reazione all’uno

vale uno. Ma l’uno vale uno

(la sovranità appartiene

al popolo) è il principio

su cui si fonda la democrazia

.

Questione complessa. Non

credo che possiamo cavarcela

con qualche battuta. Posso dire

così: nel governo democratico,

certamente uno vale uno

nelle sue radici, cioè nella partecipazione

politica: diritto di

voto, di opinione, di associazione

in partiti e movimenti,

eccetera. Ma, quando si tratta

di rendere concreta, continuiamo

nella metafora, la linfa

che proviene dalle radici,

cioè quando si tratta di governare,

siamo sicuri che tutti abbiano

le qualità di cui dicevo

sopra per essere buoni politici?

Si dirà: ma non siamo affatto

sicuri che le abbiano coloro

che si candidano a gover-nare. Certo, non c’è alcuna sicurezza.

L’esperienza, anzi,

conferma. In democrazia non

esistono a priori “migliori” (e

quindi “peg giori”). Nessuno

può autoinvestirsi di quella

qualifica. Sarebbe autocrazia

e non democrazia. Però, è anche

vero che non tutti sono ugualmente

adatti a funzioni di

governo, o a partecipare direttamente

alle decisioni. Ci immaginiamo

l’inferno che ne

deriverebbe? La democrazia

rappresentativa nasce da qui,

da una sorta di divisione del

lavoro. L’espressione “uno vale

uno”, per dire in sintesi, coglie

l’essenza della democrazia,

ma si ferma alle soglie del

governo. Lì, vale di più chi sa di

politica rispetto a chi

non ne sa niente. Qui

c’è il grande rischio della

democrazia: che

chiunque si ritenga capace

di governare e che

i meccanismi di selezione,

che sono nelle

mani degli elettori e dei

partiti (sistemi elettorali

permettendo), non

svolgano la scrematura

necessaria per non alimentare

la disillusione

e il disincanto democratico.

Lei ha scritto su Re –

pubblicache il cambio

di paradigma da

“democrazia dal

basso a democrazia

dall ’alto”non è buona

cosa per la democrazia

ma è ottima

per l’oligarchia.

Ciò che trovo preoccupante

non è la nascita del Governo

Draghi: date le condizioni, il

presidente della Repubblica

che cos’altro avrebbe potuto

fare? Ciò che mi pare preoccupante

è il coro di coloro che si

rallegrano per il futuro: finalmente

via “le scorie della costituzione

materiale”. Così, quella

che è stata un’op e ra zi on e

d’emergenza viene ad assumere

il valore di paradigma

per il futuro. Il che mi pare

un’operazione che incide sullo

spirito pubblico in senso più

oligarchico che democratico.