Ius soli

Le Olimpiadi hanno confermato quanto sostengo da tempo: lo ius soli esiste di fatto in Italia, è nella scuola, nella società, tra i nostri ragazzi. Non è merito ma diritto da riconoscere. Capisco le intenzioni del presidente del Coni, Giovanni Malagò che nei giorni scorsi, durante le Olimpiadi, ha posto il problema dello “ius soli sportivo”. Condivido l’idea delle associazioni, da Amnesty all’Arci all’Unicef, che non si può pensare a uno ius soli esclusivamente per lo sport, perché sarebbe discriminatorio.

Faccio mie le parole di Gad Lerner: “Ben venga, sull’onda delle vittorie olimpiche, lo ‘ius soli sportivo’ proposto da Malagò. Ma poi dovrete spiegarci perché una corsia preferenziale dovrebbe essere riservata ai giovani immigrati meritevoli in campo sportivo, e non a quelli che eccellono negli studi scientifici, nella musica o in qualsiasi altra attività. Solo per confermare lo stereotipo secondo cui lo sport è il nuovo oppio dei popoli, e quindi ogni scusa è buona per rimpinguare il palmarès dei colori azzurri? Assai opinabile, peraltro, resta l’idea che la concessione della cittadinanza debba dipendere da criteri meritocratici anziché da requisiti oggettivi, uguali per tutti. Un conto è verificare l’adesione dei nuovi cittadini ai principi e alle regole della Costituzione, sia attraverso la formazione scolastica, sia con il giuramento. Ben altro è mascherare calcoli di convenienza col fasullo richiamo alla meritocrazia”.