Bindi: “Piersanti Mattarella era l’erede di Moro. Fu eliminato anche per impedire l’accordo col Pci”
Rosy Bindi, ex presidente della commissione Antimafia, in quel drammatico 1980 dell’assassinio di Mattarella, delle stragi di Bologna e di Ustica, è accanto a Vittorio Bachelet quando il professore viene ucciso alla Sapienza dalle Brigate rosse. Potenti nemici della democrazia — rossi, neri, mafiosi, piduisti — erano all’opera nell’ombra e, spesso, i loro obiettivi coincidevano.
Dall’inchiesta di Palermo riemerge in primo piano la pista mafiosa. Cosa stava facendo Mattarella per finire nel mirino delle cosche?
«Penso che Piersanti Mattarella sia stato ucciso per due motivi, entrambi profondi. Il primo legato alla funzione di presidente della regione».
Mattarella aveva iniziato a guardare dentro gli appalti dati agli amici degli amici?
«Sì, stava lavorando per una regione con le carte in regola. Era convinto che, se la Sicilia avesse iniziato a rispettare le leggi, la mafia non avrebbe più avuto ossigeno. Non era un uomo dell’antimafia retorica. Naturalmente agli occhi dei mafiosi questo modo di procedere rappresentava un grande ostacolo ai loro affari».
Cosa faceva in particolare per ostacolare la mafia?
«Faceva le cose normali, come tutti quelli che sono stati ammazzati e che noi chiamiamo martiri ed eroi. Il giornalista che faceva il giornalista, il carabiniere che faceva il carabiniere. Lui, come presidente della regione, faceva in modo che l’amministrazione fosse trasparente e, per esempio, che non si truccassero più gli appalti. Applicava l’articolo 54 della Costituzione, quello che impone disciplina e onore ai funzionari pubblici».
E la seconda ragione?
«È politica, perché Mattarella era il vero erede di Aldo Moro».
Emilio Miceli, presidente del centro studi Pio La Torre, sostiene che Mattarella, eletto presidente della Sicilia proprio nei giorni terribili tra via Fani e via Caetani, verrà ucciso per la sua volontà di proseguire nella politica di intesa con il Pci avviata da Moro. Condivide?
«È così. Teniamo presente che in Sicilia Mattarella aveva portato a termine l’operazione morotea, varando una giunta con l’appoggio esterno del Pci. Siamo alla vigilia del congresso della Dc, quello del famoso preambolo. Quello in cui Donat Cattin porta la Dc a rompere con la collaborazione con il Pci. Se ci fosse stato Mattarella in vita, probabilmente questa svolta non ci sarebbe stata».
Sei mesi dopo Piersanti Mattarella, a Roma le Brigate rosse ammazzano Vittorio Bachelet, un omicidio che avviene sotto i suoi occhi. C’è un qualche legame?
«Formalmente no, politicamente sì. Bachelet era vicepresidente del Csm, si era battuto per chiudere una grave crisi istituzionale tra politica e magistratura. Fu ucciso di martedì, mentre il giovedì precedente era riuscito a far approvare all’unanimità al Csm un odg che ristabiliva un dialogo e una collaborazione con il Parlamento. L’obiettivo delle Br, come della P2, della mafia e dei servizi deviati, era quello di provocare una crisi istituzionale. E venivano colpiti gli uomini che invece volevano attuare in pieno la Costituzione».
L’omicidio di Mattarella e quello di Moro, per la Corte d’assise di Bologna, “furono precisi momenti attuativi di una strategia” in cui è compresa anche la strage del 2 agosto. Un tentativo, scrivono i giudici, “di influire sulla politica nazionale per chiudere definitivamente con il passato resistenziale del nostro Paese”. In quell’anno attori potenti agivano contro la democrazia…
«La verità giudiziaria forse verrà fuori, grazie al lavoro meritorio della procura di Palermo, ma la verità storica già la conosciamo. Il progetto di piena attuazione della Costituzione, quello di fare dell’Italia una democrazia compiuta, è sempre stato avversato in questi ottant’anni. I nemici sono sempre stati gli stessi, palesi e occulti; la mafia, il terrorismo, i servizi segreti deviati, la massoneria deviata e il neofascismo stragista. Bisogna anche aggiungere che la nostra democrazia è sempre stata più forte di loro. Ma c’è ancora qualcuno che continua a lavorare contro quel progetto di democrazia».
A chi si riferisce?
«Quando sento parlare di Terza Repubblica e la vedo incarnata in una riforma costituzionale che distrugge l’idea di democrazia parlamentare, con i suoi pesi e contrappesi, avverto una certa inquietudine. E aggiungo anche la riforma dell’ordine giudiziario, con la separazione delle carriere, e un’idea di Italia disgregata in tanti staterelli. Ecco, vedo all’opera forze che non hanno mai accettato la nostra Costituzione antifascista nata dalla Resistenza».
Le diranno che vede i fantasmi del fascismo ormai consegnato ai libri di storia…
«Ma infatti io non parlo del fascismo del Ventennio. Questi sono gli eredi di un altro fascismo, quello degli anni Settanta, che ha sempre combattuto la Costituzione. E quel cordone non mi sembra che sia mai stato davvero reciso».
