mercoledì 29 Aprile 2026
Diritti

La forza dei diritti

Per avere un’idea, la più autentica e concreta possibile, di cosa siano i diritti umani, la loro mancata applicazione e la loro sistematica violazione, si provi a pensare di trascorrere un giorno e una notte nella cella di quel carcere di Evin, in Iran, dove Cecilia Sala è reclusa dal 19 dicembre scorso. E si immagini di dormire, sempre che dormire sia possibile, sulla nuda terra; e di essere privati dei beni di prima necessità, come gli occhiali da vista. E ancora si immagini di precipitare in un incubo inquisitorio dominato dall’insensatezza.

Nel linguaggio pubblico, e nei suoi abusi e nelle sue involuzioni, il termine kafkiano ha perso ormai ogni pregnanza, ridotto a sinonimo di qualcosa di irrazionale e di inspiegabile. Ma nell’opera del grande scrittore boemo l’indecifrabilità dei meccanismi del Processo — quale l’imputazione? Quali le prove? Quali le testimonianze? — rivela in controluce la micidiale razionalità dei dispositivi dell’ingiustizia.

Nel caso di Cecilia Sala la teocrazia della Repubblica islamica dell’Iran non fornisce alcuna motivazione dell’arresto in quanto la sua natura totalitaria non prevede diritti umani fondamentali in capo all’individuo. E proprio perché l’individuo è sussunto in quel regime autoritario e non esiste alcuna autonomia che gli sia riconosciuta nel campo dei diritti, delle garanzie, delle libertà.

Questo vale per decine di migliaia di donne e uomini iraniani, costretti in condizioni uguali, e assai spesso peggiori, di quelle della giornalista italiana; e si manifesta in modo limpidamente brutale nella questione dell’obbligo coatto del velo. Gli apparati statali che ne impongono l’uso esercitano il potere supremo: quello di manipolare il corpo del suddito e di interferire con i suoi movimenti, i suoi tratti, la sua immagine nella relazione con gli altri.

Il regime rovescia il significato profondo dell’habeas corpus (abbi il tuo corpo), che dalla Petition of Rights del 1627 afferma il principio della inviolabilità della persona, esercitando il dominio religioso e maschile sul volto e sul corpo delle donne per arrivare attraverso questa procedura a disciplinare l’intera società: donne e uomini che trovano nella volontà di proteggere autonomia individuale e autodeterminazione il fondamento anche «corporale» (Paolo Volponi) di tutti i diritti.

Risiede qui il cuore della «questione Sala». Ed è per tale ragione che la testimonianza di questa giovane donna è così preziosa e la posta in gioco del conflitto politico-diplomatico in atto è tanto cruciale. Si dice: i diritti umani valgono per una sola parte, e minoritaria, del genere umano, costituendo l’ispirazione e la base etica e giuridica esclusivamente di quella stessa parte. È vero, ma la lotta pacifica e incruenta per la loro affermazione ed estensione è componente essenziale della tenuta e dello sviluppo dei sistemi democratici. Al punto che la crescita tendenzialmente universalistica di quegli stessi diritti è intimamente legata alla loro piena e incondizionata applicazione all’interno delle democrazie mature.

In altri termini, quanto più i diritti umani di individui, gruppi e minoranze verranno rispettati nei sistemi liberaldemocratici, tanto più si potrà esigere la loro applicazione oltre i confini di quello che chiamiamo Occidente. Il ritardo con cui ciò avviene è uno dei motivi che in più di una circostanza hanno reso flebile la voce dell’Italia nei confronti dei regimi autocratici.

La vicenda dell’assassinio di Giulio Regeni ne è una straziante conferma: come poteva il nostro paese pretendere verità e giustizia su un connazionale torturato a morte nel 2016 quando la legge italiana contro la tortura sarebbe entrata nell’ordinamento solo oltre un anno dopo? Più in generale, se è vero che l’iniziativa politico-diplomatica per la liberazione di Cecilia Sala deve avvalersi di quella «discrezione» invocata da alcuni esponenti del governo, è altrettanto vero che, nei confronti del regime iraniano, emergono, in nome della realpolitik, una reticenza e una prudenza che possono essere facilmente scambiate per opportunismo.

A parte le sciocchezze della destra mediatica che si chiede «dove sono le femministe?», quasi che, per converso, l’ambasciata iraniana a Roma fosse costantemente assediata dalle donne di Fratelli d’Italia e della Lega, il problema esiste. E sembra confermare una complessiva circospezione e una diffusa irresolutezza verso la teocrazia iraniana. Tanti gli episodi in proposito.

Sette, otto anni fa mi interessai, insieme alla senatrice a vita Elena Cattaneo, della vicenda del ricercatore iraniano Ahmadreza Djalali. Questi, esperto di medicina delle catastrofi e a lungo collaboratore dell’università del Piemonte orientale e di atenei belgi e svedesi, nel 2016, una volta rientrato in Iran, venne arrestato e incarcerato. Da allora non si è appreso più nulla di lui. Quando per sapere qualcosa della sua sorte interpellai i servizi segreti italiani ebbi una risposta sconcertante: la massima autorità di quel settore, guardandomi serenamente negli occhi, mi disse di non disporre di alcuna informativa, traccia documentale, nota scritta e «nemmeno un appunto» su Djalali.

Ne dedussi che le relazioni tra gli apparati di sicurezza italiani e quelli iraniani fossero decisamente «cordiali». Una simile «cordialità» è stata probabilmente assai utile al fine di risolvere in tempi non troppo lunghi la vicenda di Alessio Piperno, reclusa nella stessa prigione di Sala per 45 giorni nel 2022. Mi auguro che lo sia altrettanto per contribuire alla liberazione della giornalista italiana, ma al presente non sembrano ancora esserci le premesse indispensabili.

La diplomazia, che qui ovviamente ha il primato, deve saper essere accorta, flessibile e sagace, ma non può rinunciare a una misura di rigore e di dignità. Si è detto per una settimana che le condizioni della reclusione di Sala fossero «buone», per poi scoprire che non è affatto così. La convocazione da parte del ministro degli Esteri, Antonio Tajani, dell’ambasciatore iraniano a Roma è una prima e indispensabile mossa. Ma non può essere l’unica. Qualunque discorso sulla sovranità del nostro paese deve partire, per essere credibile, dalla tutela dell’incolumità dei suoi cittadini, in Italia come in Egitto e come in Iran.