In questo 2026 riscopriamo l’antica virtù della temperanza
E se in quest’anno che inizia provassimo a riscoprire la virtù della temperanza? Certo l’anno che finisce, e gli altri che lo precedono, non incoraggiano a pensarlo. Guerre, conflitti rovinosi, scontri inesauribili sembrano spingere il mondo nella direzione contraria. La stessa dialettica politica, anche nel nostro Paese, appare preda di una diffusa intemperanza. L’estremismo, non solo verbale, delle forze politiche prevale largamente sulla capacità di affermare valori positivi, così come l’urlo ha la meglio sul ragionamento pacato.
Una deriva che non risparmia il discorso pubblico, sempre più dominato dalla violenza dei social. Forse il culmine di questa deriva è stato toccato con l’attacco dei seguaci di Trump a Capitol Hill il 6 gennaio del 2021. Quell’evento, tutt’altro che isolato nel panorama contemporaneo, conferma che pulsioni autoritarie covano, in maniera latente, all’interno delle democrazie, pronte a scatenarsi quando vengono meno i freni istituzionali.
In questo quadro, largamente diffuso, è arduo non dico praticare, ma anche nominare la temperanza. È difficile trovare una virtù più screditata e inattuale. Confusa con la remissività e la condiscendenza, viene assimilata perfino all’ipocrisia. Virtù borghese per eccellenza, non ha nulla di eroico ed esaltante. Richiama la mediazione. Perciò è particolarmente priva di attrattiva in una stagione, come quella che viviamo, che cerca nell’eccesso il motore dell’energia politica.
Tutto qui? No, c’è molto di più, come ci spiega ad esempio Temperanza, un bel libro che appare nella collana del Mulino dedicata alle “parole controtempo”. In esso l’autore, Gennaro Carillo, capovolge la prospettiva corrente, facendo della temperanza una virtù non solo attiva, ma anche politicamente necessaria per resistere a poteri che si vogliono assoluti, sciolti da ogni vincolo, sottratti a ogni controllo.
Per ricostruire il profilo di questa virtù bistrattata bisogna risalire molto indietro, fino a Platone. A prescindere dal suo pregiudizio antidemocratico, il filosofo greco aveva colto con largo anticipo sui tempi che una tentazione demagogica abita la stessa democrazia come una sorta di doppio fondo tirannico. Tale tentazione, dormiente fino a un certo punto, si risveglia quando il potere, anche se legittimamente eletto, pretende una libertà assoluta che finisce per rovesciarsi in arbitrio.
E infatti proprio a Platone si rivolge Carillo per costruire una suggestiva genealogia della temperanza che, contro le sue interpretazioni riduttive, ne recuperi tutto il rilievo positivo. Alla base di questo rovesciamento c’è la simmetria platonica tra polis e psiche, che riconduce i fenomeni autoritari a correnti pulsionali non governate dalla ragione.
La tradizione filosofica, ma anche artistica e letteraria, elabora questo paradigma, rappresentandolo in forme diverse. Gli affreschi di Giotto nella Cappella degli Scrovegni, l’allegoria del Buon Governo di Lorenzetti a Siena, l’iconografia di Cesare Ripa e le formelle di Parmiggiani nel Sacro Eremo di Camaldoli (nell’aretino) raffigurano nella temperanza il presupposto stesso della convivenza civile. Un motivo che percorre tutto il Rinascimento, da Erasmo a Montaigne, fino all’Illuminismo, prima che il Romanticismo inverta la tendenza, ridando rilievo alle virtù eroiche a detrimento di quelle moderate.
Ciò che è in gioco, in tale dialettica, è il ruolo del desiderio. Esso costituisce un’energia produttiva coincidente in ultima istanza con la forza della vita. Ma, sottratto a ogni legge, rischia di scivolare nel delirio – come quello del capitano Achab in Moby Dick, letteralmente ingoiato dalla sua stessa ossessione. O, nella mitologia classica, come accade a Tantalo, Eracle o Polifemo, che, dominati e perduti dai loro eccessi, provocano la vendetta degli dei.
In tutti loro agisce una pulsione a riempirsi fino a scoppiare di vino e potere. Non per nulla l’atteggiamento contrario, tipico della temperanza: «La virtù – scrive Simone Weil – è uno stato di accettazione del vuoto». Non desiderare a vuoto e neanche, tantomeno, svuotare il desiderio, ma riconoscere il limite al di là del quale non è possibile andare, pena lo scivolamento nell’autodistruzione.
Solo chi accetta di rinunciare a qualcosa è in grado di resistere a quella coazione a ripetere che può portare alla morte. E del resto non è la democrazia l’unico regime che riconosce nel potere un trono vuoto, non occupabile da nessuno in maniera permanente e assoluta?
Nel racconto di Balzac La pelle di zigrino il protagonista acquisisce un talismano – appunto tale pelle – che gli consente di esaudire ogni desiderio. Così passa da una donna all’altra, godendo all’eccesso, fino a quando la pelle, tagliata sulla misura della sua vita, non si consuma, portandolo alla morte. In questo senso si può dire letteralmente che egli muore di desiderio.
Ciò accade quando il desiderio è schiacciato sul godimento infinito. Allora la volontà di espandersi riempie ogni spazio, sottraendo il desiderio alla relazione vitale con il reale e consegnandolo all’immaginario. Contro simile pulsione di morte la temperanza suggerisce la via contraria. Non volere tutto, non esercitare tutto il potere di cui si dispone, ma sperimentare, nel proprio limite, quello, insuperabile, di ogni vita umana.
