giovedì 30 Aprile 2026
Medioriente

Occhi sull’Iran: repressione sistemica, università sotto assedio e una diaspora frammentata

Le proteste che attraversano oggi l’Iran non possono

essere interpretate come un episodio contingente né

come una semplice reazione alla crisi economica.

Sono il risultato di una frattura politica e sociale apertasi

definitivamente nel settembre 2022, quando la morte di

Mahsa Jina Amini nelle mani della polizia morale ha

scardinato il rapporto, già fragile, tra società e potere.

Donna, Vita, Libertà non ha rappresentato uno slogan

transitorio, ma una rottura strutturale.

Da allora l’Iran non è mai tornato alla cosiddetta

normalità. È entrato in una fase di conflitto latente

permanente, in cui la repressione non è più una risposta

emergenziale, ma una modalità ordinaria di governo.

Cambiano le condizioni materiali, ma il bersaglio resta

invariato: un sistema di potere fondato sul controllo, sulla

paura e sulla violenza istituzionalizzata. Nel pieno

dell’inverno, mentre il Paese affronta una crisi profonda, la

risposta del regime alle nuove mobilitazioni segue lo stesso

schema. A pagare il prezzo più alto sono soprattutto

giovani, studenti universitari, lavoratori e pensionati. Il

carcere e la minaccia costante della pena di morte restano

strumenti centrali di un potere che non tollera il dissenso

perché non è più in grado di assorbirlo.

Negli ultimi giorni almeno quindici manifestanti sono

stati arrestati in diverse città. Tra loro figurano studenti

universitari e attivisti civili. All’Università di Teheran

quattro studenti, tra cui ragazze e ragazzi sotto i

venticinque anni, sono stati prelevati con la forza da aule e

dormitori senza mandato, senza accuse formali, senza

informazioni alle famiglie. È il segnale di una

trasformazione precisa: il sapere non è più solo sorvegliato,

ma criminalizzato. I campus sono oggi presidiati come

zone militari. Le uscite vengono bloccate, le assemblee

destabilizzazione, gli arresti effettuati in modo selettivo

per produrre deterrenza. Nel corso del 2025 migliaia di

arresti arbitrari hanno colpito avvocati, giornalisti,

insegnanti e cittadini comuni. Le esecuzioni capitali,

spesso al termine di processi sommari e opachi, sono state

utilizzate come strumento politico di intimidazione. La

pena di morte non risponde a esigenze di giustizia, ma alla

necessità di disciplinare una società che non obbedisce più.

Le proteste attuali si innestano anche su una crisi

economica devastante. Il rial continua a crollare, i salari

perdono valore, i beni essenziali diventano inaccessibili:

oltre il 70% di aumento per gli alimenti, oltre il 50% per i

medicinali. Quando il lavoro non garantisce più la

sopravvivenza, il conflitto sociale diventa inevitabile.

Tuttavia ridurre queste mobilitazioni a una protesta

economica sarebbe fuorviante. Come nel 2022, la domanda

è politica: dignità, futuro, libertà, e sempre più

esplicitamente la fine del regime degli ayatollah.

Il regime ha iniziato a perdere il proprio capitale

simbolico ben prima delle proteste attuali, ma negli ultimi

anni questa erosione è diventata irreversibile. Il clero al

potere, un tempo presentato come guida morale e

protettore della nazione, è oggi percepito come un

apparato autoreferenziale, incapace di rappresentare la

società. Questa delegittimazione investe direttamente Ali

Khamenei, il cui potere si fonda sempre meno sul

consenso. La frattura si è allargata in modo definitivo dopo

la cosiddetta guerra dei dodici giorni. Durante quel

conflitto il regime ha mostrato con chiarezza le proprie

priorità: proteggere il vertice del potere, non la

popolazione. Mentre i civili vivevano bombardamenti,

paura e isolamento, le misure di sicurezza sono state

concentrate attorno ai centri del comando politico-militare

e alla figura del leader supremo. Nessun piano di

protezione civile credibile, nessuna comunicazione

trasparente, nessuna responsabilità assunta. La retorica

della “resistenza” si è svuotata di fronte all’abbandono

concreto dei cittadini. Fuori dall’Iran, intanto, si consuma

un altro fallimento: quello delle diaspore. Numerose ma

frammentate e divise, spesso più impegnate in conflitti

interni che nella costruzione di una pressione politica

efficace. Senza una voce comune, senza strategie

coordinate, senza un sostegno concreto alle famiglie delle

vittime e agli studenti arrestati.

Il regime degli ayatollah non cadrà per stanchezza.

Cadrà solo sotto il peso di una pressione interna ed esterna

convergente. Dopo Mahsa Jina Amini, il tempo delle

ambiguità è finito. Senza unità, tutto il resto è solo fumo.