A cosa servono i simboli
I simboli sono quella cosa che serve a illustrare un concetto senza doverlo spiegare con le parole. Li capisce chiunque (certo, anche qui: dipende dall’epoca, dal contesto: quello che era chiaro alle moltitudini mille anni fa in Mesopotamia forse non è evidente oggi a Detroit, e viceversa). Servivano in passato a comunicare con folle di analfabeti, cosa senz’altro tuttora utilissima. Quindi, il nuovo sindaco di New York giura — primo nella storia — sul Corano, anzi su due: quello di suo nonno e quello di Arturo Schomburg, scrittore e storico afroamericano dell’Harlem Renaissance (questo, effettivamente, è per palati più fini ma l’elettorato è vario e composito). Dice una cosa chiara che, appunto, non occorre spiegare. Lo fa nella stazione dismessa della metro di Manhattan, City Hall, e anche qui basta la foto a decifrare il messaggio. La rete dei trasporti pubblici, cavallo di battaglia della sua campagna elettorale, la promessa di gratuità, i sotterranei della città, quel che non si vede ma c’è ed è di tutti, la metro perché la gente va al lavoro in metro, persino il nuovo direttore creativo di Chanel ha usato la metro per la sfilata per dire che la sua proposta è popolare, non elitaria, che poi insomma ma ci siamo capiti. Mamdani ha due donne al suo fianco: la procuratrice generale Letitia James, nelle cui mani giura, fiera avversaria politica di Trump, e la moglie Rama Duwaji, 28, artista, nuova icona di stile, attivista pro Palestina. Anche qui, tutto chiaro. Grandi sorrisi, denti bianchi nelle foto. Intanto il Presidente biondo si fa intestare dal competente e devoto cda il John F. Kennedy Centre, ora Trump-Kennedy centre. Proteste, concerti e spettacoli di fine anno annullati, boicottaggi. Sta lì sui social, il Presidente o chi per lui, a difendere la sua decisione di co-intestarsi il posto di un altro, e che altro. Ma come si fa. Non ce l’ha uno psicoterapeuta, un amico, qualcuno che gli dica stai tranquillo, te lo intestano dopo il palazzo. Come dopo quando? Dopo.
