La mafia, per il Csm, continua ad avere un indirizzo geografico preciso: sta al sud. Arriva a Roma. Poi si ferma. Non attraversa la Pianura Padana. Non entra stabilmente a Milano. Non mette radici a Bologna o Torino. Non conquista il cuore finanziario e produttivo del Paese. È il senso politico e culturale della delibera approvata l’11 giugno dalla quinta commissione chiamata a individuare le procure collocate in “zone ad alta densità mafiosa” ai fini delle nomine di vertice. Una decisione che incide sulle carriere dei magistrati e sui criteri con cui vengono assegnati gli incarichi direttivi.

 

 

E l’esperienza resta fuori

Per le procure inserite nell’elenco, il Csm considera decisiva l’esperienza maturata in indagini e processi di mafia. Dove invece un ufficio resta fuori, quel requisito perde peso. Ed è qui che la delibera racconta molto più di una classificazione burocratica.

Il Csm non sostiene formalmente che al nord la mafia non esista. Sarebbe impossibile farlo davanti a sentenze definitive, processi e decenni di indagini. Afferma però qualcosa di diverso: che Milano, Bologna o Torino non presentano una densità mafiosa tale da richiedere criteri speciali nella scelta dei dirigenti delle procure.

Il sistema economico e finanziario

Perché la delibera continua a leggere la mafia soprattutto come fenomeno storico e territoriale. Una presenza visibile, radicata nei luoghi tradizionali delle mafie. Molto meno come sistema economico e finanziario ormai stabilmente insediato nel nord.

Una delibera che produce un effetto paradossale. Per dimostrare dov’è la mafia, il Csm cita le relazioni della Dia e della procura nazionale antimafia che raccontano l’espansione economica e imprenditoriale dei clan al nord.

Gli elementi “significativi e stabili”

Il documento prova a giustificare la scelta con un criterio definito “prudenziale”. Il Csm sostiene che la nozione di area mafiosa non possa dipendere dalla sola presenza di processi o infiltrazioni episodiche, ma debba fondarsi su elementi “significativi e stabili”, su una capacità di condizionamento dell’economia, delle istituzioni e della pubblica amministrazione. Fin qui, nulla da obiettare. Il problema nasce subito dopo. Perché Bologna e Milano rispondono esattamente a quella definizione.

La ‘ndragheta a Bologna e Milano

Bologna ha una sentenza definitiva come Aemilia che certifica il radicamento strutturale della ’ndrangheta. Un’organizzazione capace di infiltrare imprese, edilizia, logistica, movimento terra, rapporti economici e imprenditoriali. Una mafia stabilmente insediata nel tessuto produttivo emiliano. Non un’avanguardia criminale di passaggio.

Milano, da almeno vent’anni, rappresenta la capitale economica della ’ndrangheta. Lo raccontano le inchieste. Lo documentano le operazioni della procura antimafia. Lo affermano le sentenze. Lo mostrano le relazioni della Dia che il Csm utilizza come base della propria delibera. Eppure il Consiglio sceglie un’altra foto. Una immagine vecchia.

La densità mafiosa

Nel documento si afferra il punto di rottura culturale. Il Csm continua a misurare la densità mafiosa attraverso indicatori storici: numero di detenuti al 41 bis, scioglimenti dei comuni, concentrazione delle attività investigative storicamente collocate nel Mezzogiorno. È qui che la delibera prende una gigantesca cantonata storica. Perché le mafie non occupano più soltanto territori marginali. Governano flussi economici. Entrano nei mercati legali. Investono nella logistica, nella ristorazione, nella finanza, nell’edilizia, nella grande distribuzione. Cercano consenso sociale e relazioni imprenditoriali molto più della violenza militare. Sparano meno. Comprano di più. Il risultato è devastante. Il Csm finisce per riconoscere la mafia dove storicamente ha ucciso e sciolto comuni. Molto meno dove ricicla, investe, corrompe e condiziona pezzi dell’economia legale.

Un’Italia che non esiste più

La delibera arriva perfino a inserire Roma tra le aree ad alta densità mafiosa richiamando il basso Lazio. Il Csm fotografa un’Italia che non esiste più. Un Paese nel quale le mafie continuano a essere immaginate come una questione meridionale. Un fenomeno confinato nelle aree storiche della violenza mafiosa. La realtà giudiziaria racconta altro. Leonardo Sciascia scriveva che la linea della palma era già oltre la Capitale. Nella delibera del Csm, invece, torna indietro.