“Invisibili nelle mani dei caporali, ma dietro ci sono i clan della zona”
Alla fine le vittime sono sempre le persone più deboli e questo succede perché sono venuti meno i presidi di legalità istituzionali e non». Silvano Lanciano, responsabile Migrazioni della Cgil dell’Alto jonio cosentino è per sua stessa definizione un sindacalista di strada. «Mi alzo alle tre di notte per incontrare questi lavoratori. Per la maggior parte delle persone, sono invisibili: senza documenti, e non certo per volontà loro, sfruttati dai caporali e da chi li usa per contrattare braccia sottocosto». Della Sibaritide, uno dei polmoni agricoli della Calabria, chiuso tra il Pollino e la Sila jionica, nella provincia di Cosenza, Lanciano conosce tutte le dinamiche. «Combattiamo a mani nude. Anche noi del sindacato non abbiamo strumenti adeguati». Sulla strage del distributore, così si inizia a chiamare in zona, non si sbilancia. «Abbiamo ancora pochi elementi, di certo è una notizia tragica e un episodio che preoccupa».
Qual è la situazione nell’area?
«Qui c’è un’ampia presenza di lavoratori stranieri, sia nell’area di Corigliano Rossano, sia in quella di Cariati, ma i braccianti non si limitano a lavorare in questa zona. Alcuni si spingono fino a Matera o alla Puglia. Partono di notte per essere all’alba nelle serre o nei campi».
Parliamo di impieghi regolari?
«Assolutamente no, nella maggior parte dei casi. Il ricorso al caporalato è diffuso. Generalmente, le reti visibili sono in mano a ex braccianti, per lo più pakistani, ma tutto avviene con l’assenso della criminalità organizzata locale. Ci sono anche fenomeni di tratta, non solo di donne, destinate alla prostituzione o alla schiavitù sessuale, ma anche degli uomini, per il mercato delle braccia. Lo abbiamo visto in modo chiaro negli ultimi tempi».
Quali elementi vi hanno portato a pensarlo?
«Negli ultimi mesi, anche grazie ai nostri mediatori, abbiamo visto arrivare sempre più lavoratori del Punjab indiano e pakistano. Sono facilmente riconoscibili perché a differenza degli altri parlano poco inglese. Le informazioni che abbiamo raccolto ci hanno permesso di ipotizzare che sia nato un nuovo canale di tratta. Questo potrebbe aver creato degli squilibri nelle reti di sfruttamento».
Perché non si riescono a smantellare?
«Al netto delle dichiarazioni istituzionali, qui mancano i presidi di legalità. Anche il sindacato ha le armi spuntate e alla fine le vittime sono sempre gli ultimi, che pagano il prezzo più alto di tutti». — a.can.
