sabato 5 Settembre 2026
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Travaglio, il caso Minetti e la prova che il giustizialismo è una slot truccata

Funziona così: se un giudice dà ragione alla mia tesi, ho ragione; se un giudice smentisce la mia tesi, ho comunque ragione io. È come quei banchetti nei pressi dei mercati o delle stazioni dove un banditore maneggia con sveltezza tre campanelline, in attesa che qualche malcapitato che si percepisce scaltro si fermi a puntare dei soldi per indovinare sotto quale di queste è nascosta la pallina. Ci cascano in tanti, prima che arrivino i carabinieri.

Sugli approfondimenti della grazia a Minetti il Fatto quotidiano di Marco Travaglio, al contempo motore e vittima della vicenda, ha dimostrato una volta di più come funzioni la mentalità giustizialista che da anni intossica il dibattito pubblico. I fatti sono noti: il Fatto ha costruito un’inchiesta a più puntate nella quale ha raccontato sulla base di testimonianze anonime che Minetti non solo non aveva cambiato stile di vita rispetto ai tempi della condanna e del bunga bunga, ma che anzi perseverava. Citando carte incomplete o mancanti, ha messo in discussione tempi e regolarità dell’adozione del bambino il cui bisogno di cure è il pilastro del provvedimento di grazia. Ha alluso a misteriose sparizioni e omicidi collegandoli al caso. Sulla scia di questi articoli, dimostrando correttezza e onestà intellettuale, il Quirinale ha chiesto alla Procura di Milano un supplemento di indagine e l’esito ha confermato il parere positivo alla grazia. I magistrati hanno anche definito “false” alcune notizie comparse sul giornale di Travaglio, a cominciare dai festini che si sarebbero consumati nel ranch uruguayano del compagno di Minetti. Risultato: Travaglio chiede che i magistrati si scusino con il suo giornale: “Si rimangino tutto o li denunceremo per diffamazione”. Grande cabaret. Aveva ragione chi, ironizzando sull’ansia dei cultori della manetta, aveva profetizzato: finiranno per arrestarsi tra loro.

Ma non è tutto. Con la stessa mistificazione praticata sulla guerra in Ucraina, raccontata con il sadico gusto di angariare le vittime rappresentandole come la causa dei loro guai e godere dei presunti successi degli aguzzini, Travaglio ha provato a smontare le tesi della Procura negando l’evidenza. Come ha fatto notare Luca Sofri su X, ha scritto che non è vero che il suo giornale abbia messo in discussione lo stato di salute del bimbo: “Chi lo nega?”. In un precedente articolo si diceva invece con prosa oscena: “Il povero orfanello da curare puzza tanto di kid washing, ha entrambi i genitori, pare sia già stato curato”. Travaglio ha smentito anche di aver evocato inesistenti indagini a carico di Minetti e del compagno: “E chi l’ha mai scritto?”. Qualche settimana prima, sul suo giornale si poteva leggere: “Sul tavolo finiscono presunte falsità, ipotesi di sfruttamento della prostituzione, immigrazione clandestina. C’è di tutto, anche il caso di due cadaveri carbonizzati”. Quanto alla donna che lavorava nel ranch di Cipriani, e che è l’unica testimonianza sui presunti festini, fin qui ha fornito più versioni e, se resterà l’unica voce, appare in tutta la sua inadeguatezza come pilastro di una inchiesta giornalistica fondata.

Negli anni il giustizialismo è riuscito a imporre come naturale una palese distorsione logica e politica. Era sufficiente un avviso di garanzia per marchiare l’indagato con una lettera scarlatta, come se fosse una sentenza anticipata. Il M5S, braccio politico del travaglismo, ha esordito in politica con i comizi in cui Beppe Grillo faceva in piazza l’elenco di tutti gli indagati nei partiti, in un mischione populista dove un’inchiesta seria per corruzione era trattata alla stregua di una condanna giovanile per resistenza a pubblico ufficiale durante una manifestazione di disobbedienza civile. Per il populismo giudiziario è sempre legittimo usare il parere istruttorio di un pm o di un gip come una clava contro gli avversari. D’altra parte, però, nemmeno una sentenza definitiva è valida se contraddice le tesi di partenza. In pratica, nella mentalità giustizialista, condita spesso di una buona dose di vanagloria e mitomania, il reale corso dell’iter giudiziario è del tutto irrilevante. Ai giustizialisti non importa conoscere l’esito di un processo: è sufficiente il gusto di celebrarlo in proprio e il potere che deriva dalla auto-attribuzione di questo ruolo. Ecco perché non può stupire questo clamoroso attacco alla indipendenza della magistratura condotto da chi si è fatto sempre vanto di difenderne i limiti di campo. La magistratura sono io, si potrebbe dire parafrasando il Re Sole, ma in questo caso è legittimo un cambio a piacere della vocale finale.